La guerra al contante della grande finanza

Ma perché la grande finanza ce l’ha tanto con il contante?

In genere la giustificazione fornita dai suoi sostenitori è che l’eliminazione del contante colpirà soprattutto la corruzione e le transazioni criminali (vedi qui).

Ma questa è la mano sinistra sventolata platealmente per evitare che la nostra attenzione si concentri sulla mano destra (se siete mancini, invertite l’ordine). E cosa fa nel mentre la mano destra?

Afferma Luigi Zingales in un suo articolo sul Sole 24 Ore del 20 novembre 2016

Ma i più grossi sostenitori dell’abolizione del contante sono i banchieri centrali. Oggi la loro capacità di influire sull’economia è limitata: i tassi di interesse non possono diventare molto negativi, perché se no la gente preferisce ritirare i soldi e metterli sotto il materasso.

E perché mai i banchieri centrali ritengono tanto necessario portare i tassi di interesse in zona negativa? Lo spiega magistralmente Prabhat Patnaik, un economista marxista indiano, in un suo articolo su People Democracy (vedi la traduzione dell’articolo qui): in un mondo dominato dall’idea che lo Stato non possa intervenire in economia, se non per togliere qualsiasi freno od ostacolo al dispiegarsi delle forze del mercato (e chiaramente per salvare le banche), e che l’unica politica economica possibile sia quella monetaria; in un mondo simile le banche centrali hanno la necessità di rendere il costo del denaro sempre più basso, sempre più basso, sempre più basso, sino a superare (in basso) la soglia dello zero (non importa che questa soluzione non abbia funzionato: per loro significa solo che bisogna fare di più, impegnarsi di più, aumentare la dose (vi ricorda qualcosa questo comportamento?)). Ora,

Tassi di interesse negativi … richiedono due cose, una delle quali è facile da realizzare, ma l’altra no. Le banche hanno accesso ai fondi in due modi, dai depositi di denaro della clientela e dai prestiti avuti dalle banche centrali. Se ci devono essere tassi di interesse negativi per i prestiti che concedono, esse devono avere accesso a liquidità a tassi di interesse ancora più negativi (altrimenti non realizzerebbero profitti).

Ciò è facilmente fattibile, poiché

… le banche centrali possono concedere tassi di interesse negativi alle banche sui prestiti che concedono loro; è una questione di volontà politica.

Che tale provvedimento nello stimolo dell’economia sia del tutto inefficace in presenza di una domanda asfittica (e soprattutto in presenza di politiche di austerità come quelle che spopolano in Europa e in Italia) non è argomento di questo post (ma il QE della BCE è lì a dimostrarlo per chi ha occhi per vedere). La cosa che interessa qui è che

… se i tassi di interesse negativi devono essere concessi più largamente sul credito bancario, allora devono esserci tassi di interesse negativi anche sui depositi bancari.

E qui sorge una domanda semplice semplice:

… perché qualcuno dovrebbe depositare denaro su un conto bancario se questo dà interessi negativi? Sarebbe meglio tenersi il denaro in contante che metterlo in banca a tassi di interesse negativi.

Cominciate a capire tutta la passione della grande finanza per l’obiettivo di eliminare completamente il contante?

Ma per quelli con poca immaginazione che ancora non ci sono arrivati ecco un aiutino:

Se il contante è semplicemente eliminato dal sistema e ognuno è costretto a detenere e commerciare con depositi bancari, allora gli interessi negativi sui depositi possono essere imposti alla gente senza che possano farci nulla.

Capito?

Dopo che la grande finanza ha stabilito che

… l’uso del contante mette un fondo al tasso di depositi bancari pari a zero; e questo esclude tassi di credito negativi da parte delle banche, cosa che gli economisti conservatori, facendo eco all’opposizione del capitale finanziario per l’incentivo fiscale, sono giunti ad accettare come necessario per rianimare il capitalismo,

sorge il problema (sempre per la grande finanza) di come ottenere l’obiettivo con mezzi “democratici”. Il problema per la grande finanza è più o meno il seguente: come convincere la popolazione mondiale a porgere senza resistenze significative i propri polsi per l’ammanettamento?

Si sa, la grande finanza non è carente di mezzi, risorse, strumenti e uomini che per lei lavorano alla ricerca di soluzioni. Uno di questi è Alexei Kireyev, «un economista di origine russa da 24 anni nel Fondo Monetario Internazionale» (vedi qui). In una recente pubblicazione dell’FMI (The Macroeconomics of De-Cashing), Alexei Kireyev discute le implicazioni macroeconomiche dell’eliminazione del contante. È consapevole che una politica di tassi di interesse negativi è impossibile con il contante in mezzo ai piedi:

In particolare, la politica del tasso di interesse negativo diventa una opzione praticabile di politica monetaria se i risparmi in moneta fisica sono scoraggiati e ridotti in modo sostanziale. (pag. 29)

Candidamente rivela quale sia l’obiettivo di fondo della politica dei tassi di interesse negativi: eliminare per il cittadino l’opzione del risparmio e lasciargli solo quella del consumo:

Grazie all’eliminazione del contante, la maggior parte della moneta sarebbe accumulata all’interno del sistema bancario, e, in tal modo, sarebbe facilmente colpita dai tassi di interesse negativi, che incoraggerebbero il consumatore a spendere. (pag. 29)

Si dimostra consapevole che le persone sono sospettose di fronte alle politiche di eliminazione del contante

… l’eliminazione del contante potrebbe essere percepito come una violazione dei diritti fondamentali, inclusi la libertà del contratto e la libertà di proprietà

Poter avere con sé contante è un diritto dell’uomo ed è scritto nelle costituzioni (p. 22)

(ma niente paura il nostro non ha tentennamenti e, infatti, immediatamente, in quattro e quattr’otto, conclude «che devono essere cambiate»).

E infine dà ai governanti una serie di suggerimenti. Il primo suggerimento è implicito in quanto segue e lo esplicito io: non rivelare esplicitamente qual è l’obiettivo finale. Poi segue la vaselina:

[L’eliminazione del contante] dovrebbe essere visto come un progetto a lungo termine e non è suggeribile un passaggio immediato a una società senza contanti. (…) Il processo di eliminazione del contante potrebbe basarsi su passi iniziali largamente accettati, come l’eliminazione graduale di banconote di grande valore, la fissazione di massimali sulle transazioni in contanti e la tracciatura dei trasferimenti in contanti attraverso i confini. (pag. 23)

Poi c’è il camuffamento: far fare al settore privato, così che il tutto assuma una sua naturalezza:

L’eliminazione del contante guidato dal settore privato sembra preferibile. Esso appare quasi del tutto benigno (ad esempio, maggiore utilizzo di telefoni cellulari per pagare il caffè). Il processo guidato dal settore pubblico potrebbe far sorgere maggiori resistenze. (pag. 23)

In ogni caso, mai e poi mai avere fretta (non sia mai che i cittadini si insospettiscano, come il popolo che abita il subconscio dei personaggi del film Inception):

In ogni caso, i tentativi di imporre la decadenza del contante con un decreto dovrebbero essere evitati, dato il popolare attaccamento personale a esso. È necessario un programma mirato di sensibilizzazione per alleviare i sospetti relativi alla eliminazione del contante; in particolare, che, eliminando il contante le autorità, stiano cercando di controllare tutti gli aspetti della vita delle persone, incluso il loro utilizzo di denaro, o spingere i risparmi personali nelle banche. (pag. 23)

State accorti, gente, e guardatevi le spalle.

 

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Bombardamento Usa in Siria: Tre considerazioni invitano alla prudenza

Quando veniamo tempestati da notizie a proposito di un “massacro” finalizzate a giustificare i bombardamenti degli Stati Uniti è fondamentale portare alla memoria i precedenti storici.

Nel 2003, le “armi di distruzione di massa” erano già servite come pretesto a George Bush per far precipitare l’Iraq in un inferno. All’epoca l’avevamo chiamata menzogna, una “media-menzogna”: non ci credevamo. Ora tutti lo riconoscono, ma per gli iracheni è troppo tardi.

Nel 2013, Damasco era già stata accusata di un attacco con armi chimiche ma l’indagine ufficiale delle Nazioni Unite (ancorché fortemente infiltrata da parte degli Usa) non era riuscita a individuare le responsabilità. Per contro, il Massachusetts Institute of Technology (USA) aveva accusato i ribelli.

Nei miei scritti, ho spiegato come ogni guerra è preceduta da una grande bugia dei media (Vietnam, Panama, Iraq, Jugoslavia, Palestina, Afghanistan, Libia, Siria, Costa d’Avorio). Si tratta di una tecnica tesa a condizionare l’opinione pubblica. Conviene non lasciarci manipolare, ma riflettere.

Tratto da Michel Collon, US bombing of Syria: three thoughts to urge caution. Traduzione dell’articolo in Resistenze.org

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Armi chimiche e mass media: come farci accettare una guerra in Siria

Dopo gli orrori delle due guerre mondiali, il desiderio di pace e il ripudio della guerra sono sentimenti così radicati nella coscienza dei popoli europei e del mondo, che la guerra non si giustifica più da sé, ma ha bisogno di una motivazione “nobile”. Da allora, tutte le guerre imperialiste sono state giustificate con la presenza di un “nemico” disumano e crudele da scacciare, nel nome della “libertà” e della “democrazia”. (…) Dopo il 1991, tutte le guerre sono state spacciate per “missioni di pace”, o come guerre necessarie per eliminare dal mondo la minaccia di un tiranno folle, omicida e guerrafondaio. Prima la Jugoslavia di Milosevic, poi l’intervento in Afghanistan nel 2001, poi la grande vergogna, nel 2003, dell’invasione dell’Iraq da parte degli USA e della coalizione dei volenterosi.

(…)

La propaganda martellante ricostruisce l’immagine del “mostro”, del dittatore sanguinario da sconfiggere, del “nuovo Hitler” che tutto il mondo europeo e nordamericano deve odiare e temere. Le immagini delle vittime di quella guerra, i cui principali responsabili non sono in Medio Oriente ma nei ricchi salotti d’Europa e d’America, circolano senza sosta con l’obiettivo di alimentare il sentimento d’urgenza, l’idea che sia necessario intervenire subito per liberare il mondo da quell’orrore. Un pensiero unico che ingloba tutto, di cui finiscono vittime anche e soprattutto coloro che si ritengono armati di critica e buon senso, in cui la verità scompare o finisce per diventare un arma nelle mani di chi ha il potere. È in situazioni come questa che emerge con forza quanto, per dirla con Gramsci, la verità sia rivoluzionaria. In tanti, fra i nostri amici, colleghi o coetanei, invocano e continueranno a invocare la necessità di un intervento in Siria, animati dalle più candide convinzioni, magari inconsapevoli del fatto che le loro parole alimentano le ragioni di una guerra che non sarà fatta per la democrazia o per ragioni umanitarie, ma per la depredazione, la sopraffazione e la spartizione del Medio Oriente fra le potenze imperialiste.

Tratto da Senza Tregua, Armi chimiche e mass media: come farci accettare una guerra in Siria.

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Ossimori. L’insegnante seducente.

Pochi giorni fa una mia alunna mi ha inviato via Fb un link a una lettera aperta di uno studente agli insegnanti e un messaggio:

Non glieli ho inviati per criticare, o per polemizzare; vorrei solo che lei li leggesse, è più o meno quello che tutti gli studenti pensano. Sarebbe bello se ne parlassimo in classe anche per affrontare il problema tutti insieme.

Io ho letto la lettera e a caldo le ho risposto con queste parole:

Penso che al fondo ci sia una richiesta eccessiva alla scuola e ai professori. Mi sembra che al fondo ci sia da parte vostra un bisogno di “maestri di vita”, non di semplici professori. Di fronte, invece, avete delle persone sostanzialmente normali, figlie del loro tempo, come tali siete voi. Penso che da queste persone normali pretendiate troppo. Il problema e la vera domanda da porsi è questa: perché avete bisogno di così tanto?

I professori che ti trovi davanti hanno studiato per insegnare una materia, ma oggi si ritrovano a dover gestire richieste che sono nuove e che non hanno nulla a che fare con la materia che insegnano.

Appassionare. Volete essere appassionati. Volete essere sedotti. Trasportati emotivamente. E’ questa la cosa nuova a cui il 99% degli insegnanti non sono pronti. E perché non imparare a gestire la noia? la poca o nessuna voglia? le pause? i silenzi e i vuoti?

Ho anche chiesto all’alunna di condividere con gli altri compagni di classe la lettera e il nostro scambio. Intendevo “di coinvolgerli utilizzando fb”. Lei invece ha preso l’iniziativa di leggere in classe lettera e scambio di massaggi. Il risultato è stato che non l’ha ascoltata nessuno. Ma è stato meglio così, perché ha sperimentato in piccolo tutta la difficoltà di una professione, e che il problema a cui lei tramite la lettera faceva riferimento è più complesso e articolato di come lo pone lei e l’autore della lettera aperta.

Il lavoro dell’insegnante è tremendo. Almeno: al giorno d’oggi, con i ragazzi di oggi, il lavoro dell’insegnante è tremendo. Non trovo un aggettivo migliore per definirlo. Il rischio della frustrazione, del tirare i remi in barca, del dichiarare fallimento, “mi arrendo!”, è all’ordine del giorno. Bisogna avere interiorizzato a dovere e in profondità la filosofia di vita di Rossella O’Hara, la protagonista di Via col vento, sintetizzata nella sua battuta conclusiva del film: “Dopotutto, domani è un altro giorno!”, per potersi rialzare dopo ogni sconfitta, per non farsi travolgere dalla frustrazione, per non portarsi dietro la mattina dopo tutto il bagaglio di sentimenti ed emozioni negative accumulate la mattina prima.

Chi non ci riesce, si trasforma nel mostro tratteggiato nella lettera aperta del giovane:

Eppure l’insegnante che ci spiega i principi dell’umanesimo è la stessa che fa consegnare e ritirare le verifiche corrette a qualcuno di noi per evitare ogni contatto, che per lo stesso motivo firma i libretti durante le verifiche, che continua a dirci che non siamo pronti per la maturità, che siamo “analfabeti di ritorno” … oppure “ignorantoni” se non ci ricordiamo le eccezioni degli usi di ὠς, che dice di vergognarsi a portarci alla maturità e tanti altri “che” che ci rendono piacevole lo studio e serena l’esistenza.

Succede. Siamo umani. Nel complesso, siamo fatti della stessa pasta di una qualunque persona che ti capita di incontrare per strada, in pizzeria, in chiesa, al supermercato … Ciò che ci differenzia dalle altre persone è che facciamo un mestiere che ci mette a stretto contatto con giovani donne e uomini in formazione. Gente che si descrive in questi termini:

Siamo adolescenti demotivati in tutto, ci beviamo il cervello nei social network, cosa vi aspettate da noi?

e che esplicitamente o implicitamente ti fa richieste di questo tipo:

Abbiamo il disperato bisogno di qualcuno che ci trasmetta il piacere del sapere, il fascino del conoscere, la bellezza dello studio.

Il “piacere”, il “fascino”, la “bellezza”.

Poi è bastato che arrivasse un professore brillante, innamorato del suo lavoro, divertente e severo quanto basta perché d’un tratto ci innamorassimo di nuovo tutti delle lettere classiche e nel nome dell’ammirazione per quest’uomo imparassimo per filo e per segno ogni piega della grammatica greca.

L’ “innamoramento”, il “divertimento”, l’ “ammirazione”.

un anno a pendere dalle labbra di una folle e geniale donna che viveva e vive chiaramente per l’arte

La “follia”, il “genio”.

Quello che chiede l’estensore della lettera (e la mia alunna) è una scuola che appassioni, che seduca, che emozioni, che faccia innamorare, che affascini. Ma è giusto chiedere questo alla scuola e ai professori? È giusto entrare ogni giorno a scuola con questa aspettativa? Non sarebbe forse meglio fare alla scuola e ai professori richieste più ragionevoli e vigilare che siano soddisfatte? Come si può pretendere che una persona sia affascinante e seducente? La cosa certa è che nel 99,99% dei casi la tua aspettativa andrà delusa.

L’ho già detto, siamo gente normale posta a gestire dinamiche che spesso vanno oltre le nostre competenze, le nostre risorse, le nostre capacità di comprendere. E quando le persone sono poste di fronte a problemi che non comprendono, li affrontano secondo come conoscono e sanno fare. E sbagliano, perché il loro conoscere e comprendere non corrisponde al problema dentro cui sono immersi. E diventano brutti, aggressivi, antipatici e anempatici, perché vedono che nonostante tutti i loro sforzi il problema rimane lì irrisolto e ingigantito.

In un consiglio di classe, l’ultimo, mi avete detto che “avete usato un linguaggio, noi un altro”; noto con piacere questo primo passo verso la risoluzione del problema. Ma non basta fermarsi a questa fase di rassegnata osservazione del fallimento educativo. C’è un problema di comunicazione, è chiaro, e adesso?

Sta a voi risolverlo! È il vostro compito, non posso credere che siate convinti che il bambino che trovate in quarta ginnasio debba fare lo sforzo di alzarsi al vostro livello per poter imparare qualcosa. È impossibile, non lo capite? Non mi sembra che questa “rivoluzione copernicana” sia così lontana dal buonsenso. L’insegnante gira intorno allo studente e non lo studente all’insegnante.

Di cosa stiamo parlando? Di un problema relazionale (“avete usato un linguaggio, noi un altro“) o di un problema tecnico di metodologia didattica (“non posso credere che siate convinti che il bambino che trovate in quarta ginnasio debba fare lo sforzo di alzarsi al vostro livello per poter imparare qualcosa“)? Io penso che tra di noi (insegnanti e alunni) attualmente il problema sia principalmente del primo tipo. Per esempio, ogni mattina io entro in classe per insegnare in che modo l’espansione romana nel III-II secolo a.C. ha trasformato radicalmente la società e l’economia romana. Lo faccio anche con una certa passione e partecipazione personale, perché ci vedo molti parallelismi con quello che sta accadendo alle democrazie capitalistiche in cui viviamo oggi. La mia impressione (ma sì, lo ammetto, non è solo un’impressione) è che la stragrande maggioranza dei miei alunni non entri in classe per apprendere in che modo l’espansione romana nel III-II secolo a.C. ha trasformato radicalmente la società e l’economia romana. Ecco dove non ci incontriamo: io sempre più spesso non trovo all’appuntamento gli studenti attorno a cui girare. Parliamo linguaggi diversi, e quindi non ci comprendiamo, e quindi ci accapigliamo, perché entriamo in classe con progetti diversi.

Chiedere (e pretendere) di essere appassionati e sedotti mette in una posizione molto comoda: “Vediamo se mi fai emozionare!”, ha il sapore di una sfida, e sposta la responsabilità di come procederà la relazione tutta e completamente su chi è oggetto di questa richiesta. Chi chiede non deve fare altro che osservare e vedere se funziona. Ed è una richiesta un po’ subdola, perché il sottrarsi a tale richiesta è una automatica ammissione di non essere seducente e appassionante (e chi, al giorno d’oggi, non vorrebbe essere seducente e affascinante?).

Quella che insegnanti e alunni vivono a scuola è una relazione. Come qualsiasi relazione essa dipende da tutti i soggetti che sono, si muovono e agiscono all’interno di questa relazione. Nessuno si può dire esente da responsabilità per la qualità della relazione, sia essa positiva o negativa. La relazione tra insegnanti e alunni è una relazione asimmetrica, vale a dire che non è una relazione tra uguali, tra pari. La relazione tra insegnanti e alunni ha uno scopo didattico ed educativo insieme. Questa relazione è oggi in profondissima crisi. Per cominciare a risolvere questa crisi, agli insegnanti spetta il lavoro di attrezzarsi meglio per il secondo aspetto (educativo), agli alunni spetta accettare e far proprio il primo aspetto (didattico, fare il lavoro di apprendere, insomma).

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Il Manifesto della Controrivoluzione Neoliberista Globalista

Charles A. Kupchan è docente di affari internazionali alla Georgetown University e membro del Council on Foreign Relations. Dal 2014 al 2017 è stato assistente speciale per la Sicurezza nazionale del presidente Barack Obama.

Il 15 febbraio di quest’anno ha cominciato la sua collaborazione con La Stampa, e lo ha fatto con un articolo che è un vero Manifesto della Controrivoluzione Neoliberista Globalista o, detto in altra maniera, nell’articolo a lui dedicato su Piccole Note,

una dichiarazione di guerra, una guerra globale.

Dopo aver ammesso (bontà sua) che la Globalizzazione non si è rivelata la promessa di prosperità per tutti:

Il voto sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump hanno chiarito che molti cittadini britannici e americani ne hanno abbastanza dell’ordine internazionale liberale, consolidatosi dopo la Seconda guerra mondiale. In lotta per guadagnare un salario di sussistenza, a disagio con la diversità sociale alimentata dall’immigrazione, e preoccupati per il terrorismo, un numero considerevole di elettori delle democrazie occidentali ha la sensazione di aver tutto da perdere dalla globalizzazione – e vuole abbandonarla.

Giusto. La legittima rabbia di questi elettori rende chiaro che i nostri sistemi politici post-industriali non hanno fatto abbastanza per gestire la globalizzazione e garantire che i suoi benefici fossero condivisi più ampiamente nelle nostre società. L’elezione di Trump e l’imminente uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sono segnali allarmanti; ignoriamo le difficoltà della nostra classe operaia mettendo a rischio la democrazia occidentale.

il prof. Kupchan trae la conclusione che

c’è un disperato bisogno di riformulare il patto sociale che sostiene il centrismo democratico e il sostegno popolare a un ordine liberale internazionale.

All’analisi del male segue quindi la terapia, che consiste essenzialmente in un Nuovo Patto Sociale. Ed è proprio nella terapia proposta che si rivela tutta la malattia mentale del Neoliberista, tutta la sua nevrosi. Scrive Kupchan:

Un nuovo patto sociale comporta che la globalizzazione sia gestita meglio, non che la si rinneghi.

Se tu che leggi questo post sei un lettore attento di questo blog, ti sarà subito venuto in mente che una terapia simile ha tutte le caratteristiche di una di quelle ricette per le catastrofi esposte da Watzlawick che è stata oggetto di un recentissimo post. La globalizzazione ha causato problemi? La soluzione è nella migliore gestione della globalizzazione stessa. Mi piacerebbe tanto chiedere al professor Kupchan: ma l’essenza, il dogma, il mistero glorioso della globalizzazione non sta forse nella liberazione totale delle forze del mercato? Non è forse in questa liberazione totale la radice dei mali portata dalla globalizzazione? Accettare di scendere a patti con il Lavoro, che cos’altro potrebbe significare se non porre un limite a questa libertà? Ma ponendo dei limiti a questa libertà, non stiamo forse abbandonando la globalizzazione?

Ma non abbiate paura, globalisti e neoliberisti di tutto il mondo, questo Nuovo Patto Sociale non sarà il frutto di una contrattazione:

i centristi di tutte le convinzioni politiche devono unirsi per offrire un nuovo patto sociale che rappresenti un’alternativa credibile alle false promesse economiche dei populisti.

Capito? “offrire”. Non “contrattare”. Sua Graziosa Maestà Neoliberista questo NPS lo “offre” al, non lo “contratta” con il Lavoro. E cosa ci offre Sua Graziosa Maestà Neoliberista? Niente di meno che un Piano Globale (arridaie!)

nuove iniziative in materia di istruzione, formazione professionale

(così che ognuno possa essere un sempre migliore Imprenditore di Se Stesso e partecipare con sempre maggiore successo alla Grande Competizione Globale tra Lavoratori (al riguardo, a me vengono in mente le parole di Warren Mosler dal minuto 1:42 del trailer di presentazione del documentario PIIGS))

politica commerciale

(roba tipo il TTIP, insomma)

politica fiscale

(più dettagli e precisione, please: what do you think about the Tobin tax, Mr. Kupchan?)

e minimi salariali.

(la politica salariale della Sua Graziosa Maestà Neoliberista è tutta qui (e fortuna che non ci ha offerto il reddito di cittadinanza))

Lasciando perdere il piccolo dettaglio che nel ventaglio delle offerte non c’è traccia di uno straccio di regolazione della finanza, noterete che siamo sempre all’interno della ricetta per le catastrofi di Watzlawick: le politiche neoliberiste hanno provocato disastro sociale e conseguente ribellione dei disastrati? Niente paura, abbiamo la soluzione: più mercato, più liberismo! Del resto lo stesso carattere nevrotico si intravvede anche nella terza medicina della terapia proposta dal professor Kupchan:

se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna saranno, almeno temporaneamente, latitanti quando si tratta di difendere l’ordine liberale internazionale, l’Europa continentale dovrà difendere la posizione.

L’Europa, professor Kupchan? Quella stessa Europa che con le sue politiche di austerità sta distruggendo interi popoli e stati? La stessa Europa che con la sua politica di austerità è alla base della rivolta populista? Insomma, mi faccia capire, professor Kupchan, lei vuole curare la malattia con le stesse cause che l’hanno causata. Se lei fosse un medico, di certo avrei molta cura a starmene lontano in caso di malattia. E se fosse un meccanico, me ne guarderei bene di affidarle la mia macchina. Professor Kupchan? Chi? Quello che cura le malattie con la causa stessa della malattia?

Ma del resto tutto questo è fuffa, cose di scarsa importanza, idee e affermazioni contraddittorie e illogiche che hanno il solo scopo di nascondere con un velo di finto pudore la brutale realtà dell’intenzione di non mollare l’osso, di continuare a drenare ricchezze nella mani dello 0,5 per cento, di accumulare ricchezza e potere, di imporre una sorta di neo-feudalesimo in Europa e negli USA. Il solo punto da prendere sul serio del Manifesto della Controrivoluzione Neoliberista Globalista è questo:

mentre gli Stati Uniti e le altre democrazie occidentali sono scosse dalle forze populiste, gli effetti moderatori dei contrappesi istituzionali saranno di importanza cruciale. Il sistema legislativo, i tribunali, i media, l’opinione pubblica e l’attivismo – rappresentano tutti un freno all’autorità esecutiva e devono essere pienamente adoperati.

Detto che la sottolineatura è mia, non notate il tono neanche tanto nascostamente minaccioso? Non notate l’implicita ammissione che tutto il sistema dell’informazione, dell’intrattenimento, dell’attivismo è controllato dalla ristrettissima oligarchia finanziaria anglosassone? Una affermazione che, detto per inciso, sarebbe tacciata immediatamente di complottismo dai cani da guardia di questa stessa oligarchia?

Ma meglio di me, Marcello Foa può commentare questa affermazione del meccanico che cura i guasti delle macchine con una maggiore dose della causa che ha originato il guasto stesso:

Notate bene che Kapchan non parla di “alcuni media” o di “testate sulle nostre posizioni” ma di media, di opinione pubblica in senso assoluto, e usa il termine “adoperare”, come se l’establishment a cui appartiene avesse il potere di orientare l’insieme dei media.

Scusate – si potrebbe e si dovrebbe obiettare – ma non siamo in democrazia? La stampa non è libera? In teoria sì ma di fatto il mainstream è ormai sinonimo di conformismo, che a tratti sfocia nel pensiero unico. Anche in Occidente. (…)

La novità è che tali tecniche venivano usate per sostenere i governi, a cominciare dalla Casa Bianca. Ora apprendiamo che possono essere usate anche contro di essa se il presidente, come Trump, non è gradito, sebbene legittimamente eletto.

E lo stesso vale per il riferimento all’attivismo ovvero a quei movimenti delle masse improvvisi e insistenti, che evidentemente non sono frutto di una spontanea presa di coscienza delle folle, ma di attente regie che, sfruttando metodi ben noti agli specialisti, raggiungono l’effetto voluto. (…)

Metodi che finora venivano impiegati fuori dai Paesi occidentali, ad esempio incentivando le Rivoluzioni colorate, ma Kupchan afferma che debbano essere utilizzate anche negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali.

Il messaggio implicito complessivo è inquietante: “Possiamo usare i media e le masse contro i populisti”. E lo stanno già facendo.

Ecco a cosa si riduce il neoliberismo, dopo che gli togliamo di dosso le sue belle parole, i suoi “valori occidentali”, la sua “politica di accoglienza”, la sua promessa di prosperità, il suo “modello occidentale di vita”, le sue “libertà”, la sua “democrazia”: una spietata macchina per accumulare ricchezza e potere. Una macchina molto spietata.

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Istruzioni per rendersi infelici

lampioneSotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina poliziotto e gli chiede che cosa ha perduto. «La mia chiave,» risponde l’uomo, e si mettono a cercare tutti e due. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto gli chiede se è proprio sicuro di averla persa lì. L’altro risponde: «No, non qui, là dietro; solo che là è troppo buio.»

Assurdo? Se è così che pensate, state cercando anche voi nel luogo sbagliato. Perché il vantaggio, in questo caso, è che una tale ricerca non porta a niente, se non ancora allo stesso, e cioè al niente.

Dietro questa semplice espressione si cela una delle più efficaci e funzionali ricette per le catastrofi che sia apparsa sul nostro pianeta in milioni di anni e che ha portato all’estinzione intere specie. Si tratta di un gioco col passato conosciuto dai nostri animaleschi antenati fin dal quinto giorno della creazione.

… questo quarto gioco si fonda sull’ostinata fedeltà nei confronti di adattamenti e soluzioni che in un imprecisabile passato si rivelarono sufficienti, efficaci o forse perfino gli unici possibili. Per ciò che riguarda ogni siffatto adattamento a situazioni determinate, il problema è che queste ultime mutano col passare del tempo. Ed è proprio qui che interviene questo gioco. Da un lato è chiaro che nessun essere vivente può rapportarsi al mondo circostante privo di un qualsiasi progetto (vale a dire: oggi così, domani in altro modo). La vitale necessità dell’adattamento conduce inevitabilmente alla formazione di precisi modelli di comportamento, il cui scopo ideale sarebbe una sopravvivenza quanto più possibile efficiente e priva di sofferenze. Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono d’altro lato a considerare questi adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Questo fatto porta a una duplice cecità: in primo luogo, appunto, l’adattamento in questione con il passare del tempo non è più il migliore possibile; in secondo luogo, accanto a esso esiste sempre tutta una serie di altre soluzioni, o almeno esiste ora. A sua volta questa doppia cecità ha due conseguenze: da un lato, non si utilizza la soluzione giusta e si complica la situazione; dall’altro, sotto la crescente pressione del disagio si giunge all’unica conclusione apparentemente logica, cioè di non essersi dati sufficientemente da fare. Si continua a utilizzare la stessa “soluzione”, col solo risultato di incrementare il disagio.

L’importanza che questo meccanismo possiede in relazione al nostro argomento è evidente. Esso può essere sfruttato anche da principianti, senza che sia necessario una formazione specifica; è anzi talmente diffuso da offrire notevoli redditi, fin dai tempi di Freud, a generazioni di specialisti, dai quali tuttavia esso non è chiamato “La ricetta dell’ancora lo stesso”, bensì nevrosi.

Non è comunque il nome ad avere importanza, ma l’effetto. E questo è garantito, almeno finché l’aspirante all’infelicità si attiene a due semplici regole. Primo: esiste un’unica soluzione possibile, consentita, ragionevole, sensata e logica del problema, e se questi sforzi non hanno ancora avuto successo, questo prova soltanto che non ci si è ancora sufficientemente applicati a essa. Secondo: la supposizione che esista solo quest’unica soluzione non può mai in quanto tale essere messa in discussione; prove di verifica possono essere fatte solo relativamente alla sua applicazione.

Tratto da: Istruzioni per rendersi infelici, di Paul Watzlawick

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Michele

“Che hai fatto Michele, per ribellarti insieme agli altri milioni di sfigati?

Che hai fatto Michele, per essere veramente anticonformista, quando esserlo veramente significa non sentire sul proprio cuore il peso della disapprovazione altrui di cui invece poche righe prima ti lamentavi, dicendo di averne abbastanza?”

(Enea Boria. Vedi qui tutto l’articolo insieme ad altri interventi preziosi)

Sì, Michele col suo gesto ha confermato il nichilismo neoliberista totalitario che lo ha schiacciato. Provate a guardare Michele e il suo gesto con gli occhi e le categorie mentali di un neoliberista: il risultato è la profonda coerenza del gesto di Michele nel quadro della lotta per la sopravvivenza. Sono i necessari sconfitti a fronte dei vincenti. Se penso in termini di vincenti non posso che pensare, prevedere e accettare gli sconfitti.

Ma il nichilismo è un seme sepolto dentro ognuno di noi, nessuno escluso. Nessuno. Tutta la cultura neoliberista non fa altro che innaffiarlo in continuazione, stuzzicarlo direttamente o indirettamente nel momento stesso che lo nega. Più i media costruiscono un mondo scintillante, più avanza l’oscurità nichilista dentro ogni spettatore o utente di internet e giochi elettronici quando spengono il dispositivo. E per fare questo si serve di strumenti di comunicazione finanziati con risorse enormi. Che svolgono quel lavoro, che ne siano consapevoli o meno. E più tu sei convinto di essere immune da questo condizionamento, più sei condizionabile.

L’unico antidoto al nichilismo è l’empatia, l’intelligenza emotiva che ti consente di “sentire” l’altro, di capirlo emotivamente. E’ questa la base per il lavorare insieme, divertirsi insieme, preparare un volantino, una iniziativa o una manifestazione insieme, fare una gita o prendere un caffè insieme. Ma l’empatia si impara, empatici si diventa, non si nasce. Lo si diventa nella relazione diretta con chi si prende cura di te nei primissimi anni della tua vita. L’empatia e l’intelligenza emotiva pienamente sviluppate implicano una società e una economia di un certo tipo. Non c’è nulla di più anti-neoliberista dell’empatia. Ed è qui che il discorso educativo e la pedagogia incontrano la politica.

Ma in un mondo egemonizzato dal pensiero e dall’economia neoliberista è difficile anche solo esercitare la propria carica empatica (se ce l’hai). In un mondo neoliberista, l’empatia è debolezza.

Di Michele io non so nulla. Dirò di più: per me Michele ha la stessa consistenza di un personaggio di un romanzo di Dostojevski. Michele è una modalità di reazione al totalitarismo neoliberista prevista da questo totalitarismo stesso. Uno può vivere la sua sconfitta con rassegnazione e in silenzio o protestando. La protesta di Michele per il neoliberista è il segnale che deve aumentare le dosi della sua propaganda, che il suo progetto totalitario ancora non è compiuto. Forse non è un caso che in tv proprio ora gente come Rondolino parli apertamente di precarietà come un valore, o a Sanremo presentino come eroe uno che usa le ferie quando è malato, o raccontino la storia di due giovani disoccupate con un destino da precarie che decidono di convivere nella casa della madre di una e la cui unica preoccupazione è che la società non accetti la loro decisione (non il destino da precarie).

Io non ho paura del nichilismo di Michele, non mi scandalizza. Provo pietà per lui. Troppo grande il potere con cui ha cercato di combattere da solo, adottando l’unica strategia prevista nel mondo in cui è nato e cresciuto (30 anni, 2017 – 30 = 1987, gli anni rampanti della spavalderia individualista craxiana: pensateci: Michele non ha conosciuto altro che neoliberismo): la protesta individuale.

Agli inizi degli anni Ottanta io e un piccolo gruppo di amici riuscivamo a organizzare marce per la pace a cui partecipavano 3000 persone in una cittadina di 30000 abitanti. Oggi è grasso che cola se riesco a organizzare in solitudine incontri episodici e senza continuità su argomenti di attualità. Se anche la nostra generazione, che ha sperimentato l’organizzare insieme, stenta a ritrovarsi con continuità per un lavoro politico con una prospettiva di lunga durata (la militanza, ricordate), perché stupirci di Michele? Sarebbe strano il contrario.

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