Autopoiesi e totalitarismo

… il corso spontaneo della trasformazione storica di una società umana come unità è verso il totalitarismo; questo perché le relazioni che subiscono una stabilizzazione storica sono quelle che hanno a che fare con la stabilità della società come una unità in un dato medium. e non con il benessere degli esseri umani suoi componenti che possono operare come osservatori. Ogni alro corso richiede una scelta etica; non sarebbe spontaneo, sarebbe un lavoro d’arte, un prodotto del design estetico umano. Se gli esseri umani non fossero osservatori, o capaci di esserlo, la stabilizzazione delle loro proprietà non sarebbe un problema perché essi non sarebbero capaci di desiderare altro. (Maturana, Varela – Autopoiesi e Cognizione, 1972, p. 43)

Il “medium” è

 il dominio nel quale è realizzata come una unità (idem, p. 42)

e può o meno includere i componenti della società stessa e altre società. Tale medium è indipendente dalla società e

 opera: a) come un selettore del cammino di cambiamento strutturale che la società segue nella sua storia individuale, e b), se stabile, come uno stablizzatore storico delle strutture che realizzano le relazioni invarianti selezionate che definiscono la società come un sistema sociale particolare. (idem, p. 40)

In altra parte del testo, l’operazione del conoscere da parte di un “osservatore” è definita come segue:

… quando un osservatore asserisce di conoscere un sistema, asserisce che può definire un metadominio dalla cui prospettiva può simultaneamente guardare il sistema come una unità semplice, descrivendo le sue interazioni e relazioni come una unità semplice, e i suoi componenti come componenti, descrivendo le loro interazioni e relazioni come componenti. (idem, p. 36)

Ragionando sulla tesi di Hanna Arendt che il male prodotto dal nazismo non sia estremo, mostruoso, ma “banale”, Simona Forti (Simona Forti, I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere, Feltrinelli, Milano 2012) sottolinea come, secondo la filosofa tedesca, tale male dipenda da un difetto di “pensiero”, là dove quest’ultimo

è quell’attività grazie a cui l’io ritorna su ciò che ha fatto e ciò che ha visto. E il male, afferma qui Arendt, ha senza dubbio a che fare con il deterioramento di questa capacità. (Simona Forti, idem),

la capacità di

sdoppiarsi e ritornare costantemente su se stesso. Come se funzionasse grazie a un continuo doppio movimento, quello di fuoriuscita dal cerchio chiuso dell’autoreferenzialità del sé e quello di ritorno su di sé, per ricordare e rielaborare ciò che si è visto ed esperito. (Simona Forti, idem)

I concetti di “osservatore” e di “pensiero” si avvicinano molto all’operazione della pratica buddista di meditazione tesa alla presenza mentale cui è accennato in un post precedente: in un contesto in cui si parla di sofferenza, causa della sofferenza e uscita dalla sofferenza, la terza nobile verità è riformulata come “la mente che vede la mente con chiarezza”.

Il fenomeno del totalitarismo, quindi, trova le sue radici nell’indebolirsi di questa capacità, nel diminuire in numero degli individui capaci di “pensiero”, di essere “osservatori”.

Ho dei dubbi in merito alla “spontaneità” del fenomeno del totalitarismo. Un potere che punti al totalitarismo ha bisogno di limitare e in prospettiva eliminare dall’interno della società totalitaria gli “osservatori” capaci di “pensiero”. Il nazismo lo fa con l’internamento, con l’emigrazione, con lo sterminio. Ottiene il risultato che in Germania gli “osservatori” sono assenti.

E tuttavia il potere totalitario se può fare ciò nello spazio che definisce (noi vs loro) (e la definizione di uno spazio è necessaria per il totalitarismo, perché ha un bisogno vitale di un nemico), non lo può fare fuori. Parte del “medium” in cui opera è al di fuori del suo controllo. Là sopravvivono gli “osservatori”.

Il potere totalitario, quindi, o controlla tutto il mondo, o rischia sempre di crollare (ecco perché l’idea del dominio mondiale dei nazisti non era una semplice millanteria). E la dinamica dell’umanità mi sembra più vicina alla dinamica dei fatti atmosferici. La società totalitaria è troppo semplicistica per sperare di poter avere ragione della complessità del reale.

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