Il ruolo economico dell’avidità

… il mondo sensoriale esercita un’influenza estremamente potente. Avere un corpo come questo nella società in cui viviamo ci espone tutti a pressioni incredibili. Tutto si muove così rapidamente, la televisione e la tecnologia moderna, le macchine, tutto tende a muoversi con ritmo vertiginoso. È tutto così attraente, eccitante e interessante, ed esercita un forte richiamo sui nostri sensi. Passeggiando per Londra, notate come cartelloni pubblicitari richiamano la vostra attenzione su bottiglie di whisky e sigarette! L’attenzione viene risucchiata da oggetti che si possono comprare, sospinta immancabilmente verso una rinascita nell’esperienza sensoriale. La società materialistica cerca di stimolare l’avidità per farvi spendere denaro, senza però sentirvi mai appagati di ciò che avete. C’è sempre qualcosa di meglio, di più nuovo, di più squisito di quello che ieri era il più squisito… e così via all’infinito, alienati e risucchiati negli oggetti dei sensi.

Sono parole di Ajahn Sumedho, al secolo Robert Kan Jackman, monaco buddista della tradizione thailandese dei Monaci della foresta. A me pare che descrivano più che mille trattati di critica economica il cuore del sistema, la chiave di volta di tutto l’edificio del moderno capitalismo, il semplicissimo algoritmo che si cela dietro la cortina multistrato di questo nostro apparentemente caotico mondo. Visto dalla prospettiva di queste parole tutto si riduce a un’unica legge: tenere sempre il consumatore in un perenne stato di desiderio mai pienamente soddisfatto, mettere in primo piano la possibilità di riempire il vuoto nascondendo contemporaneamente l’esperienza quotidiana della perenne frustrazione di tale possibilità. Del resto la soddisfazione del desiderio, il mantenimento della promessa significherebbe un disastro per l’economia basata sul profitto. Quindi, il desiderio deve rimanere per definizione sempre insoddisfatto.

Subito dopo l’attacco delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, la prima preoccupazione dei boss politici, finanziari ed economici degli U.S.A. fu che i cittadini americani si deprimessero troppo oppure, il che avrebbe avuto un risultato analogo, decidessero di iniettare un po’ di austerità alle loro vite spendaccione, di uscire dal paese dei balocchi per fare una visitina nel mondo della responsabilità, là dove le cause hanno tutte i loro immancabili effetti. Ma furono subito stoppati da un massiccio fuoco di sbarramento. Solo un mese dopo l’attacco, Alan Greenspan, l’allora presidente della Federal Reserve, affermava preoccupato che “l’aumento dell’incertezza ha depresso i consumi e gli investimenti. Le famiglie e gli operatori economici si sono ritirati dal mercato” ma era speranzoso che “questa contrazione è stata solo parziale e presumibilmente temporanea”. Si parlò allora di Economia della Paura: “la prima settimana, paralizzati dal panico e incollati alla tv, i consumatori americani hanno speso il 20% in meno con le carte di credito. Ma a tre settimane di distanza la spesa è sempre sotto del 10%.” (Federico Rampini, L’economia della paura, La Repubblica del 1.10.2001). L’allora presidente Bush si sbracciava in appelli come questo: “Get down to Disney World in Florida”, o questo: “Take your families and enjoy life, the way we want it to be enjoyed”. (Andrew J. Bacevich, He Told Us to Go Shopping. Now the Bill Is Due, The Washington Post del 5.10.2008). E tutto questo mentre si preparava alla guerra.

Tradotto nei termini di Ajahn Sumedho, subito dopo l’attacco dell’11 settembre, per evitare la recessione che si profilava, i custodi del capitalismo americano fecero appello all’avidità degli americani, e per corroborarla portarono il costo del denaro ai minimi storici e lì lo tennero. E molti fanno derivare da quella scelta la crisi finanziaria e poi economica di pochissimi anni dopo, e in cui siamo ancora impantanati.

Che l’avidità sia il motore del capitalismo attuale lo dimostrerebbe anche una storiella molto edificante che Alessandro Fatigati racconta in un recente post pubblicato nel sito Non con i miei soldi. Nel suo articolo, l’autore ci racconta come nella prima metà del 1600, in Olanda si diffonde un’entusiastica febbre per l’acquisto di specie rare di tulipani. All’inizio si scambiavano i bulbi, poi cominciarono a essere scambiate le intenzioni di acquisto (oggi li chiameremo i “futures”). Scrive Fatigati:

Nella fase più intensa della speculazione (e del conseguente rialzo dei prezzi) non avvennero infatti contestuali consegne dei bulbi: i venditori promettevano di consegnare il bene nella primavera successiva (una vera e propria vendita allo scoperto) e i compratori acquistavano un diritto alla consegna, da rivendere a terzi dopo poche settimane ad un prezzo maggiorato.

Questa bolla speculativa a forma di bulbi di tulipano scoppiò alla fine come tutte le bolle:

La fine giunse inesorabile nel 1637. Gli insider – che in finanza hanno un ruolo non troppo diverso dagli opinion leader nei corpi intermedi della società, o dei profeti nelle religioni monoteiste – cominciarono a liberarsi dei bulbi, lasciando adito alla convinzione che i compratori sarebbero diminuiti di li a poco, determinando una caduta rovinosa del prezzo dell’asset. La corsa a vendere divenne panico, e il panico follia collettiva. Quanti avevano acquistato bulbi o contratti futures chiedendo credito, attraverso un tipico esercizio della leva finanziaria, si ritrovarono ad essere nel giro di qualche giorno non più caparbi investitori, ma nobili mendicanti.

Torniamo nuovamente ad Ajahn Sumedho e tiriamo alcune somme. Se l’avidità è alla base del capitalismo, se è vero che il capitalismo attuale si fonda su questo impulso naturale (chi negherebbe infatti che sia tale?) radicato nel più profondo ancestrale dell’uomo, allora l’uscita dal capitalismo passa per una conoscenza profonda di tale impulso, per una sua esperienza pienamente consapevole. Ne discenderebbe inoltre che crescere, maturare, evolvere significa sottrarsi alla macchina tritatutto del capitalismo; che il capitalismo, insomma, è roba per gente immatura, per pinocchi e lucignoli. Ne discenderebbe infine che l’uscita dal capitalismo è faccenda non collettiva ma individuale.

 

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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