La buona scuola?

DSCN0013Non è che io sia contro la valutazione degli insegnanti, del loro lavoro, dei loro risultati. Anzi. Valutare è forse un terzo del mio lavoro di insegnante (progettare e preparare materiali didattici; illustrarli, spiegarli e aiutare gli alunni nella ricostruzione dei concetti, idee e nozioni in essi presenti; correggere e valutare, appunto, i loro lavori).

Ma lasciatemi dire un momento in cosa consiste il mio valutare.

Prima di tutto per valutare è necessario che siano ben chiari obiettivi e criteri, che sia evidente che cosa sto valutando.

In secondo luogo tali obiettivi non sono fissi: non per tutte le prime, per esempio, gli obiettivi saranno gli stessi, così come non per tutti gli alunni. Gli obiettivi sono come un abito: devono essere fatti su misura della persona. Come non tutte le misure vanno bene per una persona, così non tutti gli obiettivi. Se gli obiettivi sono eccessivi il risultato non sarà crescita e sviluppo (perché è questo che vogliamo, vero?), bensì blocco, rifiuto, regressione, conflittualità, aggressività, scarsa autostima, ecc.

In terzo luogo io valuto il percorso fatto da ciascun alunno, e quindi il suo lavoro, il grado di accettazione di fare la sua parte nel percorso istruttivo. La logica di questo punto è molto semplice: se un ragazzo accetta di lavorare e fare, il passo avanti è la necessaria conseguenza. Quel che resta da stabilire è la consistenza del passo avanti.

In quarto luogo è necessario distinguere tra obiettivi che si possono e si devono raggiungere “in un colpo solo” (come per esempio conoscere cosa sia l’Impero romano per avere una comprensione più profonda del Sacro Romano impero; oppure conoscere le preposizioni per poi usare queste conoscenze nell’analisi dei complementi) con obiettivi che implicano abilità e competenze più generali (come per esempio saper costruire una nozione completa, chiara e ben organizzata) e su cui si ritorna in continuazione con difficoltà crescente.

In quinto luogo, ed è la cosa fondamentale, la valutazione deve servire alla crescita di chi è valutato, deve dargli informazioni utili per il proseguo del suo percorso, non è mai l’ultima valutazione, deve dare suggerimenti e soluzioni quanto più possibili chiare e praticabili.

Potrei continuare con altre considerazioni, ma non vorrei tediarvi con ulteriori tecnicismi. Quello che mi preme è farvi comprendere la complessità e delicatezza del valutare e il suo legame stretto con una serie di altre componenti del percorso educativo e istruttivo dell’alunno (e dell’insegnante).

Ora, a fronte di tale complessità, cosa propone l’ultima riforma passata al Senato? Un dirigente che valuta un insegnante sulla base di una serie di criteri proposti da un comitato di valutazione composto da insegnanti, genitore, alunno, ed esterno. A quale scopo? Per riconoscere la sua bravura assegnandogli un bonus. Con che risultati? Di sicuro non la crescita di ciascuno per quello che può, ma la crescita di conflittualità, ansia, disistima, perdita di autorevolezza. Insomma, un disastro.

Perché, chiedo: a chi serve un docente delegittimato, diminuito, impaurito? Pensate un futuro in cui un docente non fa parte dei “bravi” e magari non è stato riconfermato nella sua scuola dal dirigente e, a sopramercato, non se l’è filato nessun dirigente ed è assegnato a una scuola qualsiasi dall’ufficio scolastico regionale (perché è questo che potrebbe succedere, se non ho capito male). Come entrerà in una classe quell’insegnante? Con che occhi se lo guarderanno gli alunni? Con quali considerazioni in testa e loro e dei loro genitori sull’insegnante entreranno in classe? Che anno scolastico potrà uscir fuori dati questi presupposti? È una vittoria o una sconfitta? Che cosa realmente imparano gli alunni (perché gli alunni qualcosa la imparano sempre)?

Perché una valutazione o serve a costruire o fa solo disastri. Crea nodi che prima o poi vengono al pettine.

E per concludere, una modesta proposta: che la valutazione serva a individuare docenti che possano essere una risorsa per far crescere l’istituto nel suo complesso. Li si esenti da parte dell’insegnamento e li si metta a progettare, coordinare, sostenere colleghi e/o alunni in particolare difficoltà. Li si paghi di più. La scuola ha bisogno di figure intermedie, di flessibilità, di progettazione, di attuazione e misurazione di tali progetti, di valutazione formativa, di sostegno e autosostegno. Ma a questo riguardo anche quest’ultima riforma ripete il mantra “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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