Liberismo e democrazia (vigilata)

Una delle idee che attualmente diamo per scontata è quella che la democrazia, la libertà di iniziativa politica dei cittadini, sia strettamente associata alla libertà economica. Ce l’hanno ripetuto in tutte le salse: senza totale libertà di impresa non può esistere democrazia, una minima limitazione a tale libertà di impresa è una limitazione alla democrazia.

Ma è vero che se proviamo a testare l’idea con i fatti, l’associazione non regge più. È piuttosto vero il contrario: la libertà di impresa, la totale libertà di impresa, quell’idea politico-economica totalitaria che vanno predicando i pensatori neoliberali di tutto il mondo, quell’idea totalitaria che ha ormai preso il posto dell’idea razziale nazista, della società senza classi comunista e dei dogmi delle religioni monoteiste, quell’idea lì, insomma, non si impone se non con la congiura, l’inganno o al limite il colpo di stato, e può sopravvivere solo in un ambiente politico-sociale autoritario, controllato, impaurito, manipolato.

Di seguito tre chiari esempi di come i neoliberali-liberisti si muovano guidati dal sacro ardore degli adoratori di una idea-feticcio e nel totale disprezzo delle persone in carne ed ossa e della loro condizione.

Milton Friedman

Milton Friedman

Cile, 1973: il governo di Allende viene rovesciato dal violento colpo di stato di Pinochet. È storia, la conoscete, e se non la conoscete nel dettaglio, non è un grande problema. Insieme alla democrazia viene rovesciata una politica economica di impronta keynesiana (economia mista) a favore di una economia ultraliberista.

Orlando Letelier aveva ricoperto il ruolo di ministro della Difesa nel governo Allende. Arrestato subito dopo il golpe, un anno dopo riesce a fuggire e a rifugiarsi negli Stati Uniti, e da lì si impegna in una campagna di denuncia della giunta militare cilena. Scrive Naomi Klein in Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri:

Letelier si opponeva alla persistente idea che la giunta avesse due progetti separati, ben distinti: un coraggioso esperimento di trasformazione economica e un perverso e macabro sistema di tortura e terrore. C’era un unico progetto, insisteva l’ex ambasciatore, nel quale il terrore era lo strumento centrale per la trasformazione liberista.

“La violazione dei diritti umani, il sistema di brutalità istituzionalizzata, il drastico controllo e la soppressione di ogni forma significativa di dissenso è trattata (e a volte condannata) come un fenomeno solo indirettamente legato, ovvero del tutto separato, dalle politiche classiche di sfrenato liberismo applicate dalla giunta militare” scrisse Letelier in un incandescente articolo per “The Nation”. “Questa nozione così comoda di sistema sociale, in cui “libertà economica” e terrore politico coesistono senza sfiorarsi, permette a questi portavoce finanziari di sostenere la loro idea di “libertà” mentre si riempiono la bocca di pronunciamenti in difesa dei diritti umani.”

Letelier si spinse fino a scrivere che Milton Friedman, in quanto “architetto intellettuale e consigliere ufficioso della squadra di economisti che oggi controlla l’economia cilena,” era in parte responsabile dei crimini di Pinochet. Respinse la giustificazione fornita da Friedman, secondo cui esercitare pressioni politiche in favore del “trattamento shock” non era altro che fornire “consigli tecnici”. “L’instaurazione di una libera economia privata e il controllo dell’inflazione tipici di Friedman” continuava, non potevano svolgersi in modo pacifico. “Il piano economico andava imposto e nel contesto cileno ciò si poteva fare solo uccidendo migliaia di persone, costruendo campi di concentramento in tutto il paese, imprigionando più di 100.000 persone in tre anni. (…) La regressione per la maggioranza e la “libertà economica” per piccoli gruppi privilegiati sono, in Cile, due facce della stessa medaglia. “C’era”, scrisse Letelier, “un’armonia intrinseca fra il “libero mercato” e il terrore illimitato.”

Aggiunge a commento l’autrice:

C’era, come scrisse Letelier, un'”armonia interna” tra lo sforzo per cancellare alcuni settori della società e l’ideologia che era al cuore del progetto. I Chicago Boys e i loro professori, che fornivano consigli e si insediarono su influenti poltrone nei regimi militari del Cono del Sud, credevano in una forma di capitalismo che è purista per natura. Il loro è un sistema basato interamente sulla fiducia nell'”equilibrio” e nell'”ordine”, e sul bisogno di liberarsi dalle interferenze e “distorsioni” per avere successo. A causa di queste caratteristiche, un regime che voglia applicare fedelmente questo ideale non può accettare la presenza di opinioni discordanti o moderate. Perché l’ideale possa essere attinto, è necessario il monopolio ideologico; altrimenti, secondo la teoria, i segnali economici diventano distorti e l’intero sistema perde equilibrio.

In un’altra pagina dello stesso libro, la Klein ribadisce il concetto della stretta funzionalità tra politica autoritaria e dittatura, da una parte, e politica economica liberista, dall’altra, attraverso le parole di Sergio de Castro, l’allievo di Milton Friedman che occupò la carica di ministro dell’economia e delle finanze nella giunta militare di Pinochet:

Sergio de Castro, il ministro dell’economia di Pinochet, che presiedette all’applicazione della shockterapia [economica], disse che non ci sarebbe mai riuscito senza il sostegno datogli dal pugno di ferro di Pinochet. “L’opinione pubblica era quasi tutta contro [di noi], quindi avevamo bisogno di una personalità forte che mantenesse la linea politica. La nostra fortuna è stata che il presidente Pinochet ha compreso e ha avuto la forza di carattere necessaria per sopportare le critiche.” Ha anche osservato che “un governo autoritario” è il più adatto alla salvaguardia della libertà economica, perché fa del potere un uso “impersonale”.

Beniamino Andreatta

Beniamino Andreatta

Italia, 1981. Con una decisione amministrativa di un ministro, il ministro delle Finanze Beniamino Andreatta, avveniva «il cosidetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento
integrale dei titoli offerti dal primo.» (Il Sole 24 ORE, da questo articolo sono anche le successive citazioni in corsivo) Da quel momento in poi lo Stato comincia a finanziare il suo debito ricorrendo al mercato (e da quel momento in poi il debito dello Stato è esploso: non perché si spendesse di più, ma perché il debito è costato sempre di più). La decisione era coerente con il mantra liberista che il mercato sa più e meglio dello Stato come e dove far arrivare i capitali (eh si, lo sa proprio bene!). Ma non è questa la cosa interessante. La cosa interessante non è tanto il contenuto della decisione, ma il come fu presa, perché il come rivela ancora una volta l’intimo atteggiamento ideologico dei liberisti-liberali e il loro disprezzo per la democrazia e le persone che le loro decisioni devono subire.

La decisione fu amministrativaI miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”.» Beniamino Andreatta), solitaria e in un contesto di idee del tutto diverseL’imperativo era di cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole.» sempre lui), consapevolmente “golpista”Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato.» ancora e sempre lui).

La decisione di Andreatta (e di Ciampi, allora alla guida della Banca d’Italia) fu antidemocratica perché escludeva il Parlamento da una decisione delle cui conseguenze epocali si aveva perfetta consapevolezza, perché frutto di una congiura, perché tesa a prendere decisioni sulla testa di coloro che poi ne avrebbero pagato le conseguenze. E fu ideologica, perché aveva una pura idea come criterio guida e non la condizione concreta delle persone (come, altrimenti, spiegare il fastidio di Andreatta per le “confortevoli abitudini del passato”?). Infine, rivela il metodo più amato da questi nostalgici del vecchio stato liberale dell’Ottocento: approfittare di un momento di crisi per operare un blitzkrieg che ponga l’avversario di fronte al fatto compiuto da cui è difficile tornare indietro. Solo un gangster senza scrupoli o un posseduto dal sacro demone dell’idea può agire in questa maniera.

Beniamino Andreatta, un altro guerriero della purezza ideologica liberista.

Mario Monti

Mario Monti

Italia, 2011. Un altro “golpe”, questa volta “europeo” e “in giacca e cravatta”, scalza il governo Berlusconi e insedia Mario Monti. Monti è immediatamente protagonista di una manovra che impoverisce il paese e ne desertifica il potere d’acquisto: “Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale.” (sono parole sue, pronunciate candidamente all’interno di una intervista concessa alla CNN). Sulle vere ragioni di quella manovra è interessante leggere questo articolo, ma a me ora interessano le idee, il sistema di pensiero che impedisce a questi professori esimi una percezione empatica di ciò che effettivamente contribuiscono a fare, e che li salva dalla improvvisa illuminazione in merito alla loro profonda povertà umana. Ecco il Monti-pensiero in merito ai meccanismi democratici (tutte le citazioni sono tratte da una intervista alla testata giornalistica on-line Strade, mentre gli intercalari sono chiaramente miei):

Prima di tutto la democrazia che si incarna negli stati nazionali è in crisi …

Questa crisi [della democrazia nazionale] ha caratteri precisi: l’orientamento sul breve periodo, la sottovalutazione dell’effetto “di governo” delle scelte e la sopravvalutazione del loro impatto mediatico, la semplificazione del dibattito e delle proposte, anche a fronte di problemi complessi. Così si premiano e si premieranno sempre gli iper-semplificatori, che sono i nazionalisti e i populisti.

… ed è in crisi sostanzialmente perché i governanti devono rendere conto agli elettori delle loro scelte. Ci vorrebbero leader politici pronti a prendere decisioni anche contro e a prescindere dai voleri degli elettori e a pagarne le conseguenze in termini elettorali.

Io credo che l’Europa richieda leader politici nazionali che, in certi momenti chiave, siano capaci di decidere lucidamente di sacrificare il proprio interesse elettorale (attenzione: non l’interesse di lungo periodo del proprio Paese!) al conseguimento di un interesse generale.

Riassumendo: esiste l’interesse degli elettori, da una parte, e l'”interesse generale”, dall’altra; l’interesse degli elettori corrisponde all’interesse della singola nazione, quello generale a entità sovranazionali, l’Europa prima di tutto; queste entità sovranazionali spesso sono anche le grandi multinazionali (senti le parole di Monti in questo video, minuti 20:05 – 21:50); i due interessi non coincidono e spesso collidono.

Il punto chiave è l’alternativa tra leadership o followership; cioè la presenza o meno di quello spirito e di quella responsabilità di governo necessari a prendere decisioni per il bene del proprio Paese, anche se non saranno apprezzate nel breve periodo, il che è ancora più importante quando si è impegnati nel cantiere dell’Europa, e, più in generale quando si tratta di favorire la cooperazione internazionale.

Tra tutti gli aspetti del buon governo è soprattutto la politica d’integrazione internazionale che viene sfidata dallo short-termism populistico, perché è la più razionale e la meno intuitiva.

Oggi la globalizzazione e l’integrazione vanno avanti per quanto dipende dalla tecnologia e dai mercati, ma laddove richiedono atti di decisione politica, e soprattutto decisioni coordinate tra i diversi stati (che in Europa dovrebbero essere particolarmente sviluppate) si arrestano o retrocedono.

La crisi delle democrazie sta appunto in questo: che non sono più adeguata al processo di sempre maggiore integrazione-globalizzazione economica (l'”interesse generale”). Dal punto di vista di questo autoproclamatosi “interesse generale”, la democrazia delle nazioni è un ostacolo (che cosa sia questo “interesse generale” penso che ormai si sia compreso: Europa e Grandi Multinazionali).

La mia tesi … è che l’evoluzione dei modelli di discussione e di partecipazione politica verso la semplificazione e la combattività minaccia l’efficacia della democrazia e la sua capacità di governare, svilisce la qualità dell’offerta politica, alla lunga può porre a rischio la stessa democrazia.

Sono sempre più numerosi coloro che si interrogano sulla validità a lungo termine del modello “democrazia da parte del popolo” o invece sulla necessità di “democrazia per il popolo”

La democrazia in crisi è la “democrazia da parte del popolo”. Questa democrazia è in crisi perché il “popolo” si ostina a resistere a quei mutamenti (“riforme strutturali”) che servono all’Europa e alle Grandi Multinazionali. Ecco che è necessaria un’altra forma di democrazia: la “democrazia per il popolo” (insomma, una roba tipo i governi tecnici che non devono rispondere agli elettori, o la burocrazia europea che idem come sopra o infine quelle vecchie simpatiche oligarchie che governavano gli stati liberali europei dell’Ottocento), in cui le discussioni si placano, le resistenze scemano, i responsabili delle decisioni sono lontani e irraggiungibili (come i re sovrani nelle loro reggie).

Ci si può addirittura chiedere se la democrazia come noi la conosciamo e l’integrazione internazionale siano ancora compatibili, e questo porrebbe un problema gigantesco. (…) Oggi … la democrazia, anzi la deriva delle nostre democrazie, minaccia l’integrazione.

Di più: la democrazia delle nazioni è un intralcio, un ostacolo, una “minaccia” al processo di una compiuta globalizzazione ed espansione degli affari delle grandi multinazionali. E in genere, che cosa si fa di un ostacolo, appena se ne ha l’occasione? Come si reagisce di fronte a una minaccia?

È chiaro che non è possibile aspettarsi la soluzione di questo problema né dalla classe politica nazionale né tantomeno dagli elettori:

Si può sperare che l’opinione pubblica acquisti consapevolezza della perdita di leadership da parte di chi governa? È possibile che le pecore prendano a guidare il pastore nella buona direzione, assumendo anche il controllo del cane da pastore? Un po’ difficile.

… non è saggio aspettarsi che l’opinione pubblica e gli elettori rieduchino i politici da cui vengono diseducati. La classe dirigente politica ha i mezzi, l’informazione e la cultura per comprendere i rischi e le possibilità delle scelte che propone e che gli elettori autorizzano con il voto democratico. È romantico e improbabile che il popolo possa avere una visione più lungimirante di quella che gli viene suggerita.

Che cosa rimane da fare, quindi, ai veri paladini dell'”interesse generale”? Se le democrazie nazionali si ostinano a mettersi di traverso, che cosa sono disposti a fare o appoggiare? Che cosa, signor Monti?

Per fortuna una luce di speranza che sia possibile evitare soluzioni estreme c’è. E viene – non ci crederete – dalla Grecia, e non dai governanti greci ma dal suo popolo (non l’avreste mai detto, vero?): lì le “pecore” hanno cominciato a guidare il “pastore”:

… Tsipras si è ben guardato dal dire, prima del voto sul referendum, “Io vi propongo il NO, ma stiamo attenti che, se passa il NO, probabilmente la Grecia esce dall’euro”. Questo non l’ha detto, perciò secondo me il popolo greco oggi è leader. C’è un’opinione pubblica che istintivamente ha capito che l’euro è l’ancora di salvezza. L’UE e l’euro sono entrambi tuttora popolarissimi in Grecia.

… la Grecia è la dimostrazione migliore del successo e della potenza dell’euro, perché è un Paese che, pur di mantenere questa moneta che vede come simbolo di stabilità e come strumento di potenziale progresso e modernizzazione, è stato disposto a sopportare politiche pesantissime.

Mario Monti, un altro inossidabile paladino del pensiero liberista.

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