La grande truffa

In Il colpo di stato di banche e governi, Luciano Gallino dà una lettura molto netta di ciò che è avvenuto in Europa tra la crisi finanziaria del 2008 e il colpo di acceleratore alle politiche di austerità imposte dai governi europei ai loro cittadini tra il 2010 e il 2011. Tra i due eventi ci sarebbe un legame strettissimo: le seconde sarebbero spiegate dalla necessità dei vari stati di coprire i buchi provocati nei bilanci pubblici dagli straordinari esborsi di denaro pubblico in favore dei conti disastrati delle banche. Ma come mai i cittadini si sono sottomessi così passivamente al salasso? Grazie a una gigantesca azione di manipolazione, è la risposta.

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La cupola di San Francesco

 

Questa breve cronaca comincia con la crisi finanziaria del 2008. I governi europei intervengono massicciamente per salvare le banche in crisi, talvolta con vere e proprie nazionalizzazioni temporanee. Poi, nel 2010, improvvisamente, la crisi finanziaria sparisce dal palcoscenico, e vi compare la crisi del debito pubblico.

… Gli stessi economisti ortodossi che non avevano per nulla previsto la crisi finanziaria, né avevano saputo costruire alcuna motivazione rigorosa di essa, fornirono immediatamente una spiegazione che voleva essere scientifica della crisi dei bilanci pubblici: gli Stati hanno speso troppo soprattutto nel settore della protezione sociale. Alla spiegazione è seguita la proposta dell’unico rimedio ai loro occhi concepibile: bisogna tagliare drasticamente la spesa pubblica, a cominciare da pensioni, sanità, istruzione. In realtà … non esisteva alcuna correlazione tra aumento del debito pubblico e spesa per la protezione sociale. Il debito aggregato dei paesi Ue era in effetti cresciuto di ben 20 punti in soli tre anni (2008-2010), passando dal 60 all’80% del Pil, ma ciò era avvenuto soprattutto a causa dei salvataggi delle banche a spese dello Stato, non per un presunto aumento della spesa per la protezione sociale. Infatti questa era stabile da tempo in media attorno al 25% del Pil.

La trasformazione della crisi finanziaria in crisi del debito pubblico è servita ai governi europei e alle organizzazioni internazionali come l’FMI per perseguire

tre scopi: 1) occultare i rapporti fra dirigenti politici e organizzazioni internazionali – da un lato – e del sistema finanziario – dall’altro, insieme con le responsabilità degli uni e delle altre nel causare la crisi del secondo; 2) proseguire nel salvataggio delle proprie banche con ogni mezzo possibile; 3) delegittimare e ridurre al minimo l’intervento dello Stato in ogni settore dell’economia e della società, a partire dai sistemi di protezione sociale, in conformità all’ideologia neoliberale che ha guidato le mosse dei governi in carica nel periodo indicato e tuttora – autunno 2013 – alla guida.

Insomma, si fa il danno, si procura la crisi e subito la si utilizza per perseguire quelle “riforme strutturali” che aggraveranno la crisi stessa (sulla funzionalità della crisi e della preoccupazione, o paura, o terrore che suscita e le operazioni di riforma in senso selvaggiamente neoliberale, leggi il libro di Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, oppure potete ascoltare i due minuti di dichiarazioni dell’ineffabile Mario Monti).

Tale politica è stata portata avanti dai governi europei con sostegno di banche e istituzioni finanziarie.

Al tempo stesso le banche, o meglio le istituzioni finanziarie in genere, hanno esercitato ogni sorta di pressione per impedire una riforma incisiva dell’architettura finanziaria internazionale, al punto che mai una proposta in tal senso è giunta essere discussione in un parlamento nazionale. Hanno alimentato la campagna a favore dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni pubblici, poiché così si aprirebbero loro nuovi larghi spazi per le attività finanziarie. Si sono adoperati in ogni modo per presentare la crisi come se fosse un problema dovuto esclusivamente a una gestione dissennata dei bilanci pubblici. In complesso, appare lecito dire che i governanti della Ue hanno agito come autorevoli attori finanziari, mentre le banche – inclusa la BCE – agivano come attori politici di primo piano.

Un discorso a parte deve essere fatto per il debito pubblico italiano. Può essere apertamente affermato che esso è il frutto di un precedente “colpo di stato” tutto italiano che ha due protagonisti: Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi:

Le cause reali dell’eccezionale aumento del debito pubblico italiano fra il 1980 e il 1994 sono di ordine finanziario e politico. Fra le più rilevanti va collocata la decisione della Banca d’Italia, attuata nel 1981, di smettere di acquistare titoli di Stato, a cominciare da quelli rimasti invenduti nelle aste periodiche. Fu un intervento sul mercato dei titoli concordato fra il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Ciò avveniva, va evidenziato, molti anni prima che il trattato Ue imponesse a tutte le banche nazionali un comportamento analogo. Come avrebbe spiegato lo stesso Andreatta 10 anni dopo, il loro intervento intendeva da un lato ridare a Bankitalia il controllo dell’offerta di moneta, dall’altra spezzare «il demenziale rafforzamento della scala mobile [dei salari]». L’uscita dal mercato di un acquirente del peso di Bankitalia fece impennare il tasso medio di interesse sul debito. L’economista-ministro – forse già allora, di certo ai tempi dell’articolo in parola – ne era consapevole. Scriveva infatti: «Naturalmente […] i tassi positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'”escalation” della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale». A causa di detta escalation, nel 1984, rispetto a una media del 4% per i paesi che avrebbero formato in seguito l’Eurozona, la spesa per interessi dello Stato italiano superava l’11% del Pil. Da allora, eccettuati pochi anni, essa ha sempre superato la spesa media dei maggiori paesi dell’Eurozona. I 2000 miliardi di debito superati nel 2012 sono costituiti in gran parte dall’accumulo degli interessi, dato che ogni anno lo Stato deve emettere nuove obbligazioni o altri titoli di debito per parecchie decine di miliardi, il cui totale supera quello dei titoli rimborsati. Mentre gravano sulla maggioranza dei cittadini in forza delle politiche di austerità imposte dal governo, su dettato della Commissione e della BCE, gli 85 miliardi l’anno di interessi sul debito giovano però alle banche. Infatti esse reinvestono in titoli di Stato, che rendono mediamente il 4%, una quota consistente dei prestiti che la BCE concede loro al tasso dell’1%. Com’è avvenuto in misura massiccia tra il novembre due 2011 e il febbraio 2012 … .

Ed ecco il commento finale di Luciano Gallino a tutta la vicenda:

La trasformazione o, per essere più precisi, il camuffamento della crisi bancaria come crisi propria del debito pubblico nella Ue è stata definita la più riuscita campagna di relazioni pubbliche mai realizzata. In realtà, è stata molto di più. Si è trattato di uno straordinario successo delle classi egemoni sulle classi egemonizzate, conclusosi nel convincere gran parte di queste ultime che essendo corresponsabili delle due fasi della crisi, toccava a loro sopportare anche i costi della seconda fase, sotto la sferza delle politiche di austerità, dopo aver già pagato i costi della prima.

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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