Il dio PIL

In un articolo apparso il 15 marzo 2016 su fastcoexist.com, Jason Hickel definisce il PIL il grande mito del nostro tempo, e lo accosta a quello che spingeva (quasi costringeva) gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua a erigere le grandi famose teste. Esiste una interpretazione della estinzione di quella famosa civiltà che la lega proprio alle grandi teste. Per costruirle, le genti dell’isola hanno devastato il patrimonio boschivo, fino a rendere l’isola praticamente inabitabile. Allo stesso modo il mito della crescita misurata dal PIL starebbe devastando il globo e portando alla rovina i popoli che lo abitano.

Il PIL ha una sua storia: si è affermato negli anni della Seconda Guerra Mondiale e a questa era funzionale. Il suo “inventore” fu Keynes, che riteneva fosse necessario “tenere conto di tutte le attività basate sul trasferimento di moneta – anche le attività negative – per conoscere ciò che fosse disponibile allo sforzo bellico”. E in effetti, il PIL tiene conto di tutte le attività basate sul trasferimento di moneta, “ma non si preoccupa se le attività sono utili o distruttive”, e “non tiene conto delle attività utili che non sono monetizzate”.

Misurare la crescita utilizzando il PIL ha profonde conseguenze negative: “Appena cominciamo a concentrarci sulla crescita del PIL, non solo stiamo promuovendo le cose che il PIL misura, ma stiamo anche promuovendo la crescita indefinita di quelle cose”. Questo approccio allo sviluppo si afferma definitivamente negli anni Sessanta del secolo scorso, all’interno della competizione tra l’Occidente e l’Unione Sovietica.

In cosa si traduce la pressione dell’idea della crescita misurata dal PIL? “In India prende la forma della grande multinazionale che si appropria della terra a discapito dei contadini. Nel Regno Unito, prende la forma della privatizzazione dei servizi pubblici … In Brasile prende la forma della deforestazione … Negli Stati Uniti prende la forma del fracking, politica sostenuta dal governo nella disperata ricerca di energia a basso costo. In tutto il mondo prende la forma degli accordi commerciali che stracciano regolamentazioni che proteggono i lavoratori e l’ambiente. E per noi tutti prende la forma di più ore di lavoro, maggiori spese per la casa, sfruttamento dei suoli, città inquinate … e soprattutto cambiamento climatico.

C’è un legame strettissimo tra la distruttività di una tale crescita economica e il suo strumento di misurazione, il PIL. Joseph Stiglitz in proposito ha affermato che “Ciò che misuriamo influenza ciò che facciamo. E se misuriamo la cosa sbagliata, noi faremo cose sbagliate”.

In passato, crescita del PIL significava una vita migliore: salari più alti, più lavoro, scuole ed ospedali migliori. “Ma sfortunatamente ora non è più così”. Da un certo punto in poi “la crescita del PIL comincia a produrre più effetti negativi che positivi”. Questo perché le risorse del nostro pianeta sono limitate. Ormai l’accumulazione del capitale non può più avvenire se non “direttamente danneggiando qualcos’altro, per esempio, degradando i suoli, inquinando l’acqua, sfruttando gli esseri umani”.

Le prove sono innumerevoli, e l’autore rimanda a uno studio del 2012 che può essere scaricato in formato pdf. Lo studio è organizzato in una serie di grafici illustrati e spiegati, che mettono a confronto la dinamica del PIL con tutta una serie di altre dinamiche. Lo studio si riferisce agli Stati Uniti, ma è di sicuro valido per tutte le economie occidentali, se non mondiali. Alcuni esempi:

PIL e salari

pil06

PIL e pensioni

pil05

PIL e indebitamento privato

pil04

PIL e povertà

pil03

PIL e diseguaglianza

pil02

PIL e GPI

pil01

Se non vi basta, scaricatevi il pdf.

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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