Gian Antonio Stella e i prof migranti meridionali

Questo è il primo di una serie di post che analizzano la comunicazione di alcuni articoli del Corriere della Sera del 10 agosto 2016. L’ipotesi che intendo dimostrare è che il Corriere della Sera piuttosto che essere un organo di informazione sia un organo di propaganda di quel pensiero e di quella politica neoliberista imperante in Europa e nel mondo occidentale.

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Gian Antonio Stella, I prof trasferiti e il complotto che non c’è.

stellaÈ il titolo dell’articolo di Gian Antonio Stella sulle recenti proteste e polemiche in merito alla gestione della mobilità degli insegnanti immessi in ruolo recentemente.

Gian Antonio Stella è quello della casta e della corruzione, della denuncia dei privilegi e dei vizi dei politici, della meritocrazia, della efficienza del privato di contro all’inefficienza del pubblico.

Nel suo articolo G.A. Stella scrive:

A leggere certi strilli sulla «deportazione» dei docenti meridionali al nord cadono le braccia. Certo, è possibile che il famigerato «algoritmo» che ha smistato maestri e professori abbia commesso errori. E vanno corretti. Ma i numeri sono implacabili: 8 insegnanti su 10 sono del mezzogiorno però lì c’è solo un terzo delle cattedre disponibili. Non per un oscuro complotto antimeridionalista: perché gli alunni delle primarie e delle scuole di primo grado sono oggi mezzo milione in meno di 20 anni fa.

L’articolo si sofferma ampiamente su questo squilibrio (gli alunni sono a nord, gli insegnanti a sud), dato di fatto, numeri, dati oggettivi che l’autore prende da un documentato articolo di Tuttoscuola, lo illustra con numeri assoluti e percentuali. Ammette che ci potrebbero essere stati degli errori, delle

vere e proprie ingiustizie che hanno premiato qualcuno a danni di altri. E quelle ingiustizie … vanno riparate.

Poi torna sulle reazioni degli insegnanti meridionali e delle organizzazioni sindacali:

Detto questo, le urla contro la «deportazione coatta», i lamenti per «una misura indecente e inaccettabile», le denunce degli «esiti nefasti della mobilità nella scuola», gli appelli contro «l’esodo biblico», sono esasperazioni che si rifiutano di tener conto di un dato di fatto: non potendo spostare scuole e studenti, devono spostarsi i docenti.

E le pone a confronto con casi illustri del passato:

Come accettò di andare a insegnare in un liceo dell’allora lontanissima Matera Giovanni Pascoli. O dell’ancor più lontana Nuoro Sestilio Montanelli, che si portò dietro tutta la famiglia, a partire dal nostro Indro. E centinaia di migliaia di altri docenti.

L’articolo si conclude con un però:

Consapevole oggi dei disagi, dei problemi, drammi familiari, però, il governo potrebbe cogliere l’occasione, per dare una svolta alla scuola meridionale, marcata dall’altissima dispersione e da «scadenti risultati dei test Invalsi e Pisa». Alla larga dall’assistenzialismo, ma vale davvero la pena di tenere aperte le scuole meridionali, incentivare il tempo pieno, puntare sull’istruzione. Soprattutto nelle aree a rischio.

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Da questo articolo si evince che:

  1. gli insegnanti meridionali strillano, urlano, si lamentano, drammatizzano (dimenandosi e gesticolando?), esasperano;
  2. gli insegnanti meridionali non tengono nel minimo conto la realtà concreta, dura dei dati oggettivi;
  3. gli insegnanti meridionali sono comodi, sognano il posto fisso a due passi da casa, si rifiutano di fare sacrifici che sono necessari (come invece hanno fatto illustri personaggi del passato);
  4. i sindacati fanno demagogia e negano la realtà “per ragioni di bottega”, danneggiano e frenano il buon andamento della procedura, il buon lavoro del ministero con le loro quisquilie e pinniche;
  5. gli errori dell’algoritmo sono pochi e ininfluenti, sono da correggere singolarmente, ma non inficiano la bontà dell’intera procedura;
  6. i risultati della scuola meridionale sono disastrosi;
  7. vale la pena potenziare la scuola nel meridione.

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Uno e Due. L’autore non fa informazione ma dà libero sfogo a una profonda insofferenza per i meridionali. L’editore utilizza questa idiosincrasia dell’autore e la dà in pasto ai suoi lettori settentrionali, ne soddisfa gli appetiti. L’autore non fa il minimo sforzo per prendere in considerazione che la maggior parte degli insegnanti coinvolti nella mobilità sono persone non più giovanissime, spesso donne con figli non ancora adulti. Per lui, probabilmente, è valida la vision della ministra Giannini. Ed è per questo che a G.A. Stella e alla ministra dedico questo video

e questa immagine

rabbiadocenti

Tre. Porre a confronto l’insegnante di oggi che cinquant’anni, figli e famiglia, deve andare a lavorare all’altro capo dello stivale, con gli insegnanti di un secolo fa che agli inizi della loro carriera dovevano fare altrettanto (ma a quel che pare in senso inverso), non è corretto. Erano giovani, appunto. Oppure erano tempi in cui col loro semplice stipendio potevano mantenere tutta la famiglia sostenendo pure l’affitto. Non è corretto ed è rivelatore di un retropensiero. Dietro il paragone, infatti, vedo fare capolino la nostalgia del neoliberista doc del buon tempo antico, quando

il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna.

E che il nostro sia percorso da una vena nostalgica per i bei tempi andati e da una visione romanticamente eroica dei tempi in cui gli italiani emigravano senza strillare, lamentarsi, esagitarsi ecc. lo dimostrerebbe questo.

Quattro e Cinque. Se l’autore si fosse preso la briga di ascoltare i rilievi dei sindacati sarebbe venuto a conoscenza che questi denunciano in maniera circostanziata non pochi ma numerosi errori, e che questi errori sarebbero seriali, ripetuti. Di più: sarebbe venuto a conoscenza che i sindacati denunciano che il «sistema informativo non ha rispettato quanto previsto dal contratto integrativo sulla mobilità sul rispetto del punteggio e dell’ordine delle preferenze» (vedi). Denunciano, cioè una incapacità che ha dato luogo ad arbitrio e illegalità. È vero? Non è vero? Non è questo il punto. Il punto è che piuttosto che informare, all’autore dell’articolo interessa di più sfogare il suo fastidio contro i “lacci e lacciuoli” posti dal sindacato. E ancora una volta siamo nel vero centro dell’ideologia neoliberista di eliminare tutti gli impedimenti al libero dispiegarsi del mercato, tradotto in questo caso in versione politica.

A questo riguardo, a G.A. Stella e a tutti i liberisti dedico questo articolo.

Sei e Sette. Sì, è vero: i risultati della scuola meridionale sono disastrosi. È un altro dato di fatto, come quello del calo demografico, della diminuzione degli alunni, dell’aumento della povertà, della disoccupazione, della precarietà, della crisi economica, dell’emigrazione. A tal proposito dedico a G.A. Stella questo rapporto sul Meridione del 2015. A livello demografico sembra quasi che nel Meridione sia già in azione quel fenomeno che alcuni indicano come obiettivo dell’oligarchia finanziaria neoliberista per l’intera Europa: utilizzare gli immigrati per compensare il calo demografico e costringere a più miti consigli chi rimane. Solo che qui nel Meridione gli immigrati che scampati al mare arrivano a toccare terra non riescono a compensare morti ed emigrati:

Il Mezzogiorno si conferma dunque terra di frontiera e di transito per le migrazioni internazionali. I continui nuovi arrivi di migranti, tuttavia, non riescono a compensare la perdita di popolazione dovuta alle migrazioni interne. Il tasso migratorio (interno più estero) risulta quindi negativo e pari a -0,6 per mille per il Sud e -0,9 per mille per le Isole. (vedi)

La cosa peggiore di questo articolo è che neanche accenna in maniera superficiale a tutta una serie di processi che stanno investendo il Meridione, processi che sono tremendi, che se ti ci concentri un attimo sopra ti fanno tremare i polsi (altro che “cadere le braccia”). Le disastrose prestazioni della scuola meridionale nei test Invalsi e Pisa sono solo uno dei tanti indicatori del tracollo. E sì, sarebbe necessario investire sulla scuola meridionale. Ma guardate lo sforzo che deve fare il nostro Stella quando fa questa ammissione (che non è farina del suo sacco ma dell’articolo di Tuttoscuola; col piffero che a lui sarebbe mai venuta l’idea di chiudere quest’articolo con un accenno simile): sì, serve investire, «ma alla larga dall’assistenzialismo» (ma c’era bisogno?).

Ma prendiamo per buono e sincero il suo accenno finale. Sorgono spontanee alcune domande: con che soldi, dal momento che l’imperativo dei governi da vent’anni a questa parte (non è solo Renzi, non è solo Renzi) è l’avanzo di bilancio? con che soldi, se il governo è tenuto per Costituzione a raggiungere e mantenere il pareggio di bilancio? con quali soldi, se lo stato italiano deve elemosinare i soldi dalle banche come se fosse una qualsiasi impresa privata, e poi deve pagarci fior di interessi? con quali soldi, se l’euro non è nostro ma è controllato da altri?

E poi: ammesso che funzioni, cosa spera di ottenere un piano di rilancio dell’istruzione nel Meridione, senza alcun altro intervento diretto finalizzato al suo sviluppo? La convinzione che il capitale umano sia la condizione dello sviluppo perché attirerebbe gli investimenti privati è tipicamente neoliberista. È molto comoda. Fa ricadere la colpa del sottosviluppo sui sottosviluppati stessi, che sono troppo sottosviluppati per meritarsi i preziosi soldi dei privati. Peccato che sia una baggianata. Funzionasse, quel piano di rilancio, non farebbe altro che sfornare altro capitale umano che, visto il deserto al sud, continuerebbe a spostarsi al nord.

E infine: con quali idee dovrebbe essere concretizzato quel piano, se il neoliberismo ritiene che sia il mercato a dover prendere le decisioni e anche la pur minima politica economica e industriale è una bestemmia? con quali esperienze e competenze, se da trent’anni a questa parte è stata fatta una sistematica selezione artificiale di tutte quelle personalità che pensavano solo lontanamente in termini di “politica di sviluppo”? con quali strutture, strumenti, agenzie, se di tutto questo è stato fatto piazza pulita?

Insomma, se prendiamo per buono l’ultimo accenno dell’articolo di Gian Antonio Stella, dobbiamo concludere che il suo cervello destro non dialoga con quello sinistro. Come del resto è norma nei liberisti. Tutto pur di non accorgersi di quanto si è idiotamente inumani.

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