La sinistra ha fallito

giorgio_lunghini-bGiorgio Lunghini è questa persona qui:

Grande conoscitore del pensiero economico è autore di scritti in tema di storia e critica delle teorie economiche, di teoria del valore, del capitale e della distribuzione, di teoria della crescita e della disoccupazione. Autorevole esponente del pensiero economico eterodosso, ha collaborato e collabora con testate, periodici e associazioni culturali di sinistra, tra cui il manifesto, Critica marxista, La rivista del manifesto ed è membro del Coordinamento dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. In collaborazione con Mariano d’Antonio ha curato per la casa editrice Bollati Boringhieri l’edizione del Dizionario di Economia Politica (16 volumi pubblicati dal 1982 al 1990), per questo ha ricevuto il premio Saint Vincent. Sempre per lo stesso editore ha curato e introdotto negli anni novanta alcune raccolte di scritti di John Maynard Keynes, di Antonio Gramsci, di John Ruskin, e di Ezra Pound in materia di Economia Politica. (vedi qui)

E nel 2013 scriveva queste cose qui.

Non un Pinco Pallino qualsiasi, ne converrete. E neanche una persona di scuola liberista, anche di questo ne converrete.

il-manifesto-logoEcco, Giorgio Lunghini, su il manifesto del 23 settembre (vedi qui: non si tratta del sito del il manifesto, bensì di Rifondazione Comunista (un’altra caratteristica da considerare bene in seguito)), parlando della eventualità dell’uscita dell’Italia dall’Euro, fa un quadro tragico, catastrofico, apocalittico delle conseguenze per l’Italia. Inflazione al 20%, svalutazione del 50%, perdita media annua del reddito del 10%, caduta del PIL del 40% il primo anno e di un altro 15% per almeno un triennio (e il quinto anno? perché fermarsi a quattro anni? Forse perché oltre c’è il fondo?).

Ma la cosa più deprimente è la chiusa dell’articolo:

Costi enormi, che genererebbero disordini civili e rivolte popolari, e la storia dell’Europa insegna che da crisi di questa portata si esce a destra. In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l’ ”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire.

simbolo_partito_della_rifondazione_comunistaCapito? La democrazia è finita. La libertà di scelta è finita. Il tempo è finito. La storia con lui. Il mercato ha trionfato. Facciamocene una ragione. L’alternativa è il trionfo della destra. (A me questa cosa qui ricorda tanto la tattica di Hitlery contro Trump: guardate cosa vi aspetta se non scegliete me!)

Lascio a Giorgio Mazzei su Sollevazione il compito di confutare dati alla mano le sparate catastrofiste, claustrofobiche, viscide e tossiche di Lunghini. Lo fa benissimo e vi consiglio di leggerlo come antidoto al veleno versato da Lunghini su il manifesto.

Quello che voglio fare è sottolineare alcune cose:

  1. Giorgio Lunghini è un economista “eterodosso” (così scrive Wikipedia) e di sinistra;
  2. il manifesto è un quotidiano comunista;
  3. Rifondazione Comunista vuole essere … lo dice il nome stesso.

Cos’è successo?

La mia lettura è che una parte della sinistra radicale è ormai intossicata nel profondo dal sognincubo europeo (non può proprio abbandonare le altezze eteree dell’Europa per scendere in questa Italia di evasori e parcheggiatori in seconda fila), e sinceramente teme che l’uscita dall’euro significhi il ritorno in Europa del fascismo (anche lei, come i nostrani liberisti mercatomaniaci, ha bisogno del vincolo esterno per mettere a posto l’Italia e gli Italiani), e per evitare che ciò accada si aggrappa alla causa che lo sta generando, l’euro. (Complimenti! Ottima come soluzione!)

Per quanto riguarda la persona di Giorgio Lunghini vi propongo l’ipotesi di Alberto Bagnai:

Ma forse lo scopo [di Giorgio Lunghini] … è solo tutelare, finché possibile, il valore reale dei propri sudati risparmi …

Insomma, non vuole uscire dall’euro perché, come afferma Lughini nel suo articolo

Il valore reale del debito interno in cinque anni sarebbe dimezzato: con una perdita per le famiglie che possiedono titoli di 110 miliardi di euro, pari all’11% del loro reddito disponibile,

e qualche euruccio, in quei 110 miliardi, è anche suo.

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