Reddito di cittadinanza o lavoro garantito?

migheli

In un articolo, peraltro pregevole, apparso su SardegnaSoprattutto, Nicolò Migheli conclude:

La xenofobia è la risposta irrazionale allo spostamento di grandi masse di migranti e alle esclusioni. Costruire muri, cercare di riportare le imprese in patria restituirà i posti di lavoro perso? No. No perché nel frattempo l’elettronica e la robotica hanno fatto passi da gigante.

Secondo l’Onu nel prossimo futuro scompariranno il 60% dei lavori attuali. Altri li sostituiranno, però l’esperienza degli ultimi cinquant’anni dimostra che i nuovi lavori sono sempre inferiori per numero di addetti rispetto a quelli persi.

A chi andrà la ricchezza prodotta? Quasi sicuramente ai fabbricatori di robot e alle imprese che li useranno. Una società da fine del lavoro come farà a reggersi? Chi potrà consumare i nuovi oggetti? Chi finanzierà quel che resta del welfare? Forse bisognerà riconsiderare il reddito di cittadinanza sotto occhi nuovi, non liquidarlo solo come proposta demagogica. Altrimenti per una società che si vorrebbe democratica si prospetta un tempo molto più difficile di oggi; potrebbe non reggere a tensioni così profonde. Il revival nazi-fascista è già dietro l’angolo.

La soluzione alla meccanizzazione del lavoro, alla “fine del lavoro”, alla immigrazione sarebbe nel reddito di cittadinanza.

La cosa che mi interessa sottolineare è che una tale soluzione provenga da un pensatore di sinistra e progressista. E la cosa è interessante perché il fatto denuncia uno dei problemi, se non il problema, di una possibile soluzione di sinistra e progressista dell’attuale situazione.

Il reddito di cittadinanza è una soluzione del tutto coerente con l’impostazione neoliberista attuale. Si tratta di una mancia elargita a tutti coloro che il sistema economico non vuole impiegare. Significa non uscire dall’assetto che il sistema economico si è dato negli ultimi trent’anni. Pensarla, una tale soluzione, e crederla credibile, significa essere del tutto egemonizzati da quel pensiero. Significa non essere capaci di pensare un sistema diverso.

Perché a Nicolò Migheli non è venuto da pensare che ci sono tante cose da fare in Italia che attualmente non si fanno? Mettere a posto il territorio. Un piano nazionale per rendere antisismici i centri che ora non lo sono. Un piano di opere pubbliche per le persone reali (case, trasporti, ecc.). E si potrebbe andare avanti per molto.

Perché a Nicolò Migheli non è venuto in mente che il lavoro che c’è si potrebbe distribuire tra tutti a parità di salario riducendo l’orario di lavoro e la possibilità di straordinario? L’aumento delle capacità produttive attuali e future non pone difficoltà tecniche ed economiche a questo.

La risposta a queste mie due domande è che anche a sinistra, anche la sinistra radicale è in maggioranza colonizzata culturalmente dal pensiero neoliberale.

Per solamente sperare di poter tradurre in pratica le cose dette sarebbe necessario uno stato forte. Il mercato non le farà mai. Non perché è “sporco, cattivo ed egoista”. Ma perché non sono coerenti con l’imperativo categorico del profitto.

Bisogna, insomma, recuperare il valore dello statalismo, dell’intervento pubblico, della pianificazione economica e sociale, della chiusura, del controllo dei capitali, del commercio internazionale, della forza lavoro.

Non dico che essere statalisti significhi automaticamente essere di sinistra. Anche Mussolini era statalista. Dico che senza uno stato forte una politica di sinistra è impossibile, e si riduce solamente al vano chiacchiericcio sui diritti e libertà civili.

“Statalista” può declinarsi con “sinistra e diritti sociali”. “Globalista” può declinarsi solo con “asservimento e mancette”.

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I know that each cause has its effects, and each effect has its causes.
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