Pensavate che bastasse un no in un referendum? Vi sbagliavate.

La Almaviva è una piccola multinazionale italiana che si occupa di gestione informatica e di call center per conto di aziende pubbliche e private

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A ottobre Almaviva Contact annuncia la chiusura dei due centri di Roma (1666 dipendenti) e di Napoli (845 dipendenti), e ne spiegava le ragioni in una nota

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(noterete come le ragioni dell’azienda non sono solo economiche; non è solo questione di profitto che cala; i vertici della Almaviva hanno anche un animus educativo: loro vogliono dare il loro contributo all’educazione degli italiani, alla estirpazione dal loro dna di quella “cultura del sussidio”, quell’amore per il posto fisso, per la poltrona e le pantofole, per la bella vita, insomma, che da sempre frena lo sviluppo di questo paese)

Lo scorso 22 dicembre sindacati, azienda e il Ministero per lo Sviluppo Economico come mediatore trovano una intesa …

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… benedetta anche dai vertici nazionali dei tre sindacati confederali …

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… e dai vertici dell’azienda

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Un accordo molto moderno e al passo coi tempi, come si può ben vedere. Ci sono tutti gli ingredienti: la prospettiva della delocalizzazione (il ricatto, insomma), esodi sperati e incentivati, licenziamenti, precarizzazione, flessibilizzazione e diminuzione dei salari. Del resto: Ehi! È il mercato, bellezza!

Quei brontosauri della RSU di Roma, però, pensano ancora in termini paleolitici, ragionano ancora in termini di “democrazia”, pensano che una cosa così grossa vada sottoposta alla consultazione dei loro rappresentati. E lo fanno pure!

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Del resto, cosa ci si poteva aspettare? I tempi sono questi:

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Anzi, a sorprendere sono piuttosto quei 473 che hanno votato contro.

Ma Almaviva non l’ha digerita (non l’esito della consultazione, ma la consultazione stessa). E che si credono, quelli della CGIL, che sia sempre 4 dicembre? Il messaggio doveva essere forte e chiaro, per cui l’azienda ha comunicato che i giochi ormai erano fatti: chi aveva firmato il 22 (la RSU napoletana) era dentro, chi non lo aveva fatto era fuori. E fa partire le lettere di licenziamento.

(oppure: ad Almaviva non è sembrata vera la possibilità che le si apriva davanti grazie al rinvio della firma da parte della RSU romana: quella di poter chiudere la filiale romana addossandone la colpa sulla CGIL. Ha quindi lasciato fare, magari tenendosi sul vago, ha chiuso l’accordo con Napoli, e a consultazione romana avvenuta ha comunicato che i giochi ormai erano fatti: chi aveva firmato il 22 era dentro, chi non lo aveva fatto era fuori. E fa partire le lettere di licenziamento.)

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Questa storia della Almaviva è paradigmatica, sia per il modo in cui si è mossa l’azienda ma anche per il modo di muoversi della CGIL. A me interessa il secondo aspetto.

Ritengo che stanti queste regole del gioco (Ehi! È il mercato, bellezza!) e il punto in cui si era arrivati, la firma andasse posta. I rapporti di forza erano quelli che erano e l’azienda aveva il coltello dalla parte del manico. Solo le pressioni del governo (spiegate dalla sua debolezza), l’hanno indotta a cedere, probabilmente di malavoglia, a un compromesso. All’interno di queste regole del gioco, la consultazione era quasi una foglia di fico, un non assumersi le responsabilità da parte delle RSU, un nascondersi dietro la maggioranza.

È vero, hanno ragione loro: mercato e democrazia non vanno d’accordo. O l’una o l’altra. Loro hanno già scelto il mercato, e a quello sono disposti a sacrificare tutto. E noi?

La CGIL deve capire che all’interno di queste regole le lotte sindacali non possono che essere di retroguardia, un cedimento dopo l’altro, un passo indietro dopo l’altro. Sono queste regole del gioco che devono essere cambiate. Queste regole del gioco prevedono un sindacato (se anche ne prevedono uno) che non è quello che, per certi versi ancora, vuole essere la CGIL. Certo, con questo discorso non siamo più in un ambito puramente sindacale, ma è vero che tutti i principi di fondo della CGIL, che ne sia consapevole o no (e mi pare che non ne sia molto consapevole) sono in rotta di collisione con queste regole del gioco.

E allora bisogna cominciare a dirlo chiaro e tondo che questa storia dell’Almaviva è perfettamente coerente con l’impostazione neoliberista e mercatista di una classe dirigente italiana che ha scelto di utilizzare l’Europa e l’Euro per imporre al mondo del lavoro italiano deregolamentezione, precarizzazione, disoccupazione (la disoccupazione strutturale), diminuzione dei salari. Bisogna dirselo che pur di ottenere questo obiettivo sono disposti a rinunciare alla sovranità nazionale e a trasformarsi in governatori di un nuovo impero tedesco. Bisogna dirselo che l’Euro e la Ue non sono riformabili perché chi veramente comanda, le regole che li reggono non le vuole cambiare e perché in fondo sono nati (Ue ed Euro) per ottenere proprio l’obiettivo che stanno ottenendo.

Bisogna dirselo, e dopo che ce lo si è detti bisogna partecipare attivamente e apertamente all’opposizione politica a questo disegno. Proprio per poter tornare a fare sindacato.

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