Ultimo venne l’euro

In due microsaggi del 1973 (La classe operaia e l’aumento dei prezzi) e del 1975 (I meccanismi di recupero del profitto: l’esperienza italiana 1963-1973), Fernando Vianello illustra  i modi e gli strumenti utilizzati dalla borghesia italiana del dopoguerra per recuperare i margini di profitto che riteneva legittimamente suoi e che vedeva minacciati dalle pretese operaie.

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Il primo strumento fu la cosiddetta “stretta creditizia” del 1963 attuata dalle autorità monetarie. L’economia italiana stava uscendo da un modello di sviluppo basato su disciplina operaia, contenimento dei consumi interni ed esportazioni. Gli anni dal 1960 al 1963 vedono la sconfitta dei tentativi autoritari del governo Tambroni,  l’aprirsi dell’esperienza del centro-sinistra fatta di aumenti salariali per gli statali, nazionalizzazioni, pianificazione economica, allargamento democratico, aumento della conflittualità operaia, aumenti salariali. In un primo tempo, la risposta della borghesia italiana fu quella di tentare la via dell’aumento dei prezzi su cui trasferire gli aumenti dei salari, ma questo in assenza di politiche di svalutazione (che devono ancora venire) fa perdere competitività ai prodotti italiani e determina quindi un segno meno nella bilancia commerciale. È a questo punto che la Banca d’Italia pone un freno ai crediti e causa una crisi economica: minori investimenti, minore domanda, fallimenti, licenziamenti, compressione dei salari, indebolimento del movimento operaio, aumento della produttività e dei profitti. Commenta Vianello:

Se sono dolorose per i lavoratori, le conseguenze della politica deflazionistica (e in particolare di una stretta creditizia) non sono dunque piacevoli neppure per il padronato. Esso le accetta, tuttavia, come un male minore, perché giudica che l’obiettivo più urgente sia quello di indebolire la classe operaia, creando disoccupazione, e di recuperare il terreno perduto, sia in termini di distribuzione del reddito, sia in termini di potere.

Il secondo strumento fu la coppia inflazione – svalutazione. Questa fase inizia nel periodo tra il 1972-73. Anche in questo caso sono anni di intensificazione delle lotte operaie e avanzamento politico del movimento popolare in generale. In un primo tempo la borghesia italiana tenta la solita strada della deflazione e della crisi, ma i tempi sono cambiati, e i rischi sociali e politici sono notevoli. Si adotta allora la strategia morbida dell’aumento dei prezzi (inflazione), unita questa volta alla decisione del governo di lasciar fluttuare liberamente la lira, provvedimento che deve difendere la concorrenzialità dei prodotti italiani sul mercato estero. L’inflazione in coppia con la svalutazione consente di ottenere tre risultati contemporaneamente: l’aumento dei profitti aziendali, l’aumento degli investimenti, e infine la ripresa economica.

Fino a qui Vianello

Del 1975 è l’accordo sulla scala mobile.

Nel 1976 il picco dell’aumento dei consensi del PCI

Nel 1978 la fine violenta del tentativo di Moro-Berlinguer di ampliare la base di sostegno alla debole democrazia italiana.

Negli anni Ottanta l’era Craxi con il trionfo anche in Italia delle politiche delle liberalizzazioni, con l’arretramento e il progressivo indebolimento, anche (se non soprattutto) ideologico, del movimento operaio.

Negli anni Novanta Mani pulite, la liquidazione di Craxi e di tutta la seconda generazione della classe politica della prima repubblica, la trasformazione del PCI in PDS e DS poi, i governi tecnici e di emergenza, la creazione dell’Ulivo prima e del PD poi e la preparazione del paese all’ingresso nell’euro.

Ipotesi: l’ingresso dell’Italia nell’euro è la terza tappa delle due raccontate da Vianello. Una tappa che ricorda molto da vicino la prima, quella del 1963. Lo strumento dell’aumento dei prezzi e del cambio flessibile era risultato soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso estremamente efficace: l’Italia era cresciuta sia in termini assoluti che nei confronti degli altri paesi. Ai due strumenti dell’aumento dei prezzi e del cambio flessibile si era aggiunta una spesa pubblica che non era stata minimamente frenata dal divorzio tra governo e banca d’Italia. Ciò assicurava crescita e relativa pace sociale, ma anche interessi sul debito pubblico sempre più pesanti. La “scioltezza” e il poco rigore con cui l’Italia affronta gli anni Novanta sono sempre meno tollerati dai partner europei. La leggono come una concorrenza sleale, come la solita mancanza di serietà italiota, come la sua solita tendenza a sottrarsi alle regole della “sana” competizione e a giocare d’astuzia. L’Italia doveva darsi una regolata. In questo i nostri “alleati” europei trovano una sponda entusiasta in una parte dei nostri governanti e nella maggioranza della nostra classe dirigente: gli italiani vanno educati, vanno raddrizzati, vanno disciplinati attraverso il vincolo esterno, attraverso il “celochiedeleuropa”.

Come si vede, la terza tappa presenta elementi nuovi: non è giocata più esclusivamente tra di noi italiani (non è più solo una lotta per la distribuzione delle risorse prodotte tra lavoratori e padroni), ma è un patto tra forze esterne e il ceto dirigente italiano; è basata su una netta cesura, una sorta di sentimento di estraneità, tra governanti e governati; è presente un elemento pseudo-“educativo” prima inesistente (si tratta di una operazione culturale, oltre che politica ed economica); presenta il carattere programmato di cedimento di sovranità (la nostra classe dirigente ci ha consegnato a francesi e tedeschi per poterci governare meglio); la borghesia italiana non si sente più accomunata al popolo da un comune destino (se mai si è sentita in tal modo) e lo abbandona (talvolta anche fisicamente); lo stato e la sua sovranità vengono progressivamente indebolite; l’adesione all’euro apre un processo di progressiva deindustrializzazione e cessione di imprese a capitali stranieri.

L’adesione all’euro sarebbe lo strumento adeguato ai nuovi tempi che la borghesia italiana ha adottato per difendere i propri profitti e portare a compimento il processo di sottomissione del mondo del lavoro cominciato con Craxi. Era un gioco che presentava i suoi pericoli, perché l’integrazione e la concorrenza aperta con le economie europee più forti ed efficienti significava anche spesso un ruolo di dipendenza e secondo piano, quando non la pura e semplice acquisizione. Ma erano pericoli che la borghesia italiana ha dimostrato di essere disposta a correre, soprattutto la sua cupola. I risultati per noi dell’azzardo della nostra classe dirigente li potete vedere in questo breve articolo.

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