Michele

“Che hai fatto Michele, per ribellarti insieme agli altri milioni di sfigati?

Che hai fatto Michele, per essere veramente anticonformista, quando esserlo veramente significa non sentire sul proprio cuore il peso della disapprovazione altrui di cui invece poche righe prima ti lamentavi, dicendo di averne abbastanza?”

(Enea Boria. Vedi qui tutto l’articolo insieme ad altri interventi preziosi)

Sì, Michele col suo gesto ha confermato il nichilismo neoliberista totalitario che lo ha schiacciato. Provate a guardare Michele e il suo gesto con gli occhi e le categorie mentali di un neoliberista: il risultato è la profonda coerenza del gesto di Michele nel quadro della lotta per la sopravvivenza. Sono i necessari sconfitti a fronte dei vincenti. Se penso in termini di vincenti non posso che pensare, prevedere e accettare gli sconfitti.

Ma il nichilismo è un seme sepolto dentro ognuno di noi, nessuno escluso. Nessuno. Tutta la cultura neoliberista non fa altro che innaffiarlo in continuazione, stuzzicarlo direttamente o indirettamente nel momento stesso che lo nega. Più i media costruiscono un mondo scintillante, più avanza l’oscurità nichilista dentro ogni spettatore o utente di internet e giochi elettronici quando spengono il dispositivo. E per fare questo si serve di strumenti di comunicazione finanziati con risorse enormi. Che svolgono quel lavoro, che ne siano consapevoli o meno. E più tu sei convinto di essere immune da questo condizionamento, più sei condizionabile.

L’unico antidoto al nichilismo è l’empatia, l’intelligenza emotiva che ti consente di “sentire” l’altro, di capirlo emotivamente. E’ questa la base per il lavorare insieme, divertirsi insieme, preparare un volantino, una iniziativa o una manifestazione insieme, fare una gita o prendere un caffè insieme. Ma l’empatia si impara, empatici si diventa, non si nasce. Lo si diventa nella relazione diretta con chi si prende cura di te nei primissimi anni della tua vita. L’empatia e l’intelligenza emotiva pienamente sviluppate implicano una società e una economia di un certo tipo. Non c’è nulla di più anti-neoliberista dell’empatia. Ed è qui che il discorso educativo e la pedagogia incontrano la politica.

Ma in un mondo egemonizzato dal pensiero e dall’economia neoliberista è difficile anche solo esercitare la propria carica empatica (se ce l’hai). In un mondo neoliberista, l’empatia è debolezza.

Di Michele io non so nulla. Dirò di più: per me Michele ha la stessa consistenza di un personaggio di un romanzo di Dostojevski. Michele è una modalità di reazione al totalitarismo neoliberista prevista da questo totalitarismo stesso. Uno può vivere la sua sconfitta con rassegnazione e in silenzio o protestando. La protesta di Michele per il neoliberista è il segnale che deve aumentare le dosi della sua propaganda, che il suo progetto totalitario ancora non è compiuto. Forse non è un caso che in tv proprio ora gente come Rondolino parli apertamente di precarietà come un valore, o a Sanremo presentino come eroe uno che usa le ferie quando è malato, o raccontino la storia di due giovani disoccupate con un destino da precarie che decidono di convivere nella casa della madre di una e la cui unica preoccupazione è che la società non accetti la loro decisione (non il destino da precarie).

Io non ho paura del nichilismo di Michele, non mi scandalizza. Provo pietà per lui. Troppo grande il potere con cui ha cercato di combattere da solo, adottando l’unica strategia prevista nel mondo in cui è nato e cresciuto (30 anni, 2017 – 30 = 1987, gli anni rampanti della spavalderia individualista craxiana: pensateci: Michele non ha conosciuto altro che neoliberismo): la protesta individuale.

Agli inizi degli anni Ottanta io e un piccolo gruppo di amici riuscivamo a organizzare marce per la pace a cui partecipavano 3000 persone in una cittadina di 30000 abitanti. Oggi è grasso che cola se riesco a organizzare in solitudine incontri episodici e senza continuità su argomenti di attualità. Se anche la nostra generazione, che ha sperimentato l’organizzare insieme, stenta a ritrovarsi con continuità per un lavoro politico con una prospettiva di lunga durata (la militanza, ricordate), perché stupirci di Michele? Sarebbe strano il contrario.

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