Ossimori. L’insegnante seducente.

Pochi giorni fa una mia alunna mi ha inviato via Fb un link a una lettera aperta di uno studente agli insegnanti e un messaggio:

Non glieli ho inviati per criticare, o per polemizzare; vorrei solo che lei li leggesse, è più o meno quello che tutti gli studenti pensano. Sarebbe bello se ne parlassimo in classe anche per affrontare il problema tutti insieme.

Io ho letto la lettera e a caldo le ho risposto con queste parole:

Penso che al fondo ci sia una richiesta eccessiva alla scuola e ai professori. Mi sembra che al fondo ci sia da parte vostra un bisogno di “maestri di vita”, non di semplici professori. Di fronte, invece, avete delle persone sostanzialmente normali, figlie del loro tempo, come tali siete voi. Penso che da queste persone normali pretendiate troppo. Il problema e la vera domanda da porsi è questa: perché avete bisogno di così tanto?

I professori che ti trovi davanti hanno studiato per insegnare una materia, ma oggi si ritrovano a dover gestire richieste che sono nuove e che non hanno nulla a che fare con la materia che insegnano.

Appassionare. Volete essere appassionati. Volete essere sedotti. Trasportati emotivamente. E’ questa la cosa nuova a cui il 99% degli insegnanti non sono pronti. E perché non imparare a gestire la noia? la poca o nessuna voglia? le pause? i silenzi e i vuoti?

Ho anche chiesto all’alunna di condividere con gli altri compagni di classe la lettera e il nostro scambio. Intendevo “di coinvolgerli utilizzando fb”. Lei invece ha preso l’iniziativa di leggere in classe lettera e scambio di massaggi. Il risultato è stato che non l’ha ascoltata nessuno. Ma è stato meglio così, perché ha sperimentato in piccolo tutta la difficoltà di una professione, e che il problema a cui lei tramite la lettera faceva riferimento è più complesso e articolato di come lo pone lei e l’autore della lettera aperta.

Il lavoro dell’insegnante è tremendo. Almeno: al giorno d’oggi, con i ragazzi di oggi, il lavoro dell’insegnante è tremendo. Non trovo un aggettivo migliore per definirlo. Il rischio della frustrazione, del tirare i remi in barca, del dichiarare fallimento, “mi arrendo!”, è all’ordine del giorno. Bisogna avere interiorizzato a dovere e in profondità la filosofia di vita di Rossella O’Hara, la protagonista di Via col vento, sintetizzata nella sua battuta conclusiva del film: “Dopotutto, domani è un altro giorno!”, per potersi rialzare dopo ogni sconfitta, per non farsi travolgere dalla frustrazione, per non portarsi dietro la mattina dopo tutto il bagaglio di sentimenti ed emozioni negative accumulate la mattina prima.

Chi non ci riesce, si trasforma nel mostro tratteggiato nella lettera aperta del giovane:

Eppure l’insegnante che ci spiega i principi dell’umanesimo è la stessa che fa consegnare e ritirare le verifiche corrette a qualcuno di noi per evitare ogni contatto, che per lo stesso motivo firma i libretti durante le verifiche, che continua a dirci che non siamo pronti per la maturità, che siamo “analfabeti di ritorno” … oppure “ignorantoni” se non ci ricordiamo le eccezioni degli usi di ὠς, che dice di vergognarsi a portarci alla maturità e tanti altri “che” che ci rendono piacevole lo studio e serena l’esistenza.

Succede. Siamo umani. Nel complesso, siamo fatti della stessa pasta di una qualunque persona che ti capita di incontrare per strada, in pizzeria, in chiesa, al supermercato … Ciò che ci differenzia dalle altre persone è che facciamo un mestiere che ci mette a stretto contatto con giovani donne e uomini in formazione. Gente che si descrive in questi termini:

Siamo adolescenti demotivati in tutto, ci beviamo il cervello nei social network, cosa vi aspettate da noi?

e che esplicitamente o implicitamente ti fa richieste di questo tipo:

Abbiamo il disperato bisogno di qualcuno che ci trasmetta il piacere del sapere, il fascino del conoscere, la bellezza dello studio.

Il “piacere”, il “fascino”, la “bellezza”.

Poi è bastato che arrivasse un professore brillante, innamorato del suo lavoro, divertente e severo quanto basta perché d’un tratto ci innamorassimo di nuovo tutti delle lettere classiche e nel nome dell’ammirazione per quest’uomo imparassimo per filo e per segno ogni piega della grammatica greca.

L’ “innamoramento”, il “divertimento”, l’ “ammirazione”.

un anno a pendere dalle labbra di una folle e geniale donna che viveva e vive chiaramente per l’arte

La “follia”, il “genio”.

Quello che chiede l’estensore della lettera (e la mia alunna) è una scuola che appassioni, che seduca, che emozioni, che faccia innamorare, che affascini. Ma è giusto chiedere questo alla scuola e ai professori? È giusto entrare ogni giorno a scuola con questa aspettativa? Non sarebbe forse meglio fare alla scuola e ai professori richieste più ragionevoli e vigilare che siano soddisfatte? Come si può pretendere che una persona sia affascinante e seducente? La cosa certa è che nel 99,99% dei casi la tua aspettativa andrà delusa.

L’ho già detto, siamo gente normale posta a gestire dinamiche che spesso vanno oltre le nostre competenze, le nostre risorse, le nostre capacità di comprendere. E quando le persone sono poste di fronte a problemi che non comprendono, li affrontano secondo come conoscono e sanno fare. E sbagliano, perché il loro conoscere e comprendere non corrisponde al problema dentro cui sono immersi. E diventano brutti, aggressivi, antipatici e anempatici, perché vedono che nonostante tutti i loro sforzi il problema rimane lì irrisolto e ingigantito.

In un consiglio di classe, l’ultimo, mi avete detto che “avete usato un linguaggio, noi un altro”; noto con piacere questo primo passo verso la risoluzione del problema. Ma non basta fermarsi a questa fase di rassegnata osservazione del fallimento educativo. C’è un problema di comunicazione, è chiaro, e adesso?

Sta a voi risolverlo! È il vostro compito, non posso credere che siate convinti che il bambino che trovate in quarta ginnasio debba fare lo sforzo di alzarsi al vostro livello per poter imparare qualcosa. È impossibile, non lo capite? Non mi sembra che questa “rivoluzione copernicana” sia così lontana dal buonsenso. L’insegnante gira intorno allo studente e non lo studente all’insegnante.

Di cosa stiamo parlando? Di un problema relazionale (“avete usato un linguaggio, noi un altro“) o di un problema tecnico di metodologia didattica (“non posso credere che siate convinti che il bambino che trovate in quarta ginnasio debba fare lo sforzo di alzarsi al vostro livello per poter imparare qualcosa“)? Io penso che tra di noi (insegnanti e alunni) attualmente il problema sia principalmente del primo tipo. Per esempio, ogni mattina io entro in classe per insegnare in che modo l’espansione romana nel III-II secolo a.C. ha trasformato radicalmente la società e l’economia romana. Lo faccio anche con una certa passione e partecipazione personale, perché ci vedo molti parallelismi con quello che sta accadendo alle democrazie capitalistiche in cui viviamo oggi. La mia impressione (ma sì, lo ammetto, non è solo un’impressione) è che la stragrande maggioranza dei miei alunni non entri in classe per apprendere in che modo l’espansione romana nel III-II secolo a.C. ha trasformato radicalmente la società e l’economia romana. Ecco dove non ci incontriamo: io sempre più spesso non trovo all’appuntamento gli studenti attorno a cui girare. Parliamo linguaggi diversi, e quindi non ci comprendiamo, e quindi ci accapigliamo, perché entriamo in classe con progetti diversi.

Chiedere (e pretendere) di essere appassionati e sedotti mette in una posizione molto comoda: “Vediamo se mi fai emozionare!”, ha il sapore di una sfida, e sposta la responsabilità di come procederà la relazione tutta e completamente su chi è oggetto di questa richiesta. Chi chiede non deve fare altro che osservare e vedere se funziona. Ed è una richiesta un po’ subdola, perché il sottrarsi a tale richiesta è una automatica ammissione di non essere seducente e appassionante (e chi, al giorno d’oggi, non vorrebbe essere seducente e affascinante?).

Quella che insegnanti e alunni vivono a scuola è una relazione. Come qualsiasi relazione essa dipende da tutti i soggetti che sono, si muovono e agiscono all’interno di questa relazione. Nessuno si può dire esente da responsabilità per la qualità della relazione, sia essa positiva o negativa. La relazione tra insegnanti e alunni è una relazione asimmetrica, vale a dire che non è una relazione tra uguali, tra pari. La relazione tra insegnanti e alunni ha uno scopo didattico ed educativo insieme. Questa relazione è oggi in profondissima crisi. Per cominciare a risolvere questa crisi, agli insegnanti spetta il lavoro di attrezzarsi meglio per il secondo aspetto (educativo), agli alunni spetta accettare e far proprio il primo aspetto (didattico, fare il lavoro di apprendere, insomma).

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