La gara a chi ce l’ha più basso

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che il principale tallone d’Achille dell’Unione monetaria europea non risiede semplicemente nell’elevato livello dei defict e dei debiti pubblici, ma verte piuttosto su uno squilibrio strutturale tra economie forti ed economie deboli dell’eurozona, in un conseguente accumulo di esportazioni e di crediti pubblici e privati verso l’estero a favore delle prime, a fronte di importazioni e debiti verso l’estero a carico delle seconde.

(…) L’idea che va per la maggiore … è che solo i paesi debitori verso l’estero dovranno farsi carico del riequilibrio nei commerci. Tali paesi dovranno cioè realizzare opportune politiche di austerity sul versante della spesa pubblica e dei salari, e di ulteriore liberalizzazione dei mercati. Le politiche di abbattimento della spesa consentiranno di ridurre le importazioni. Le politiche di liberalizzazione dei mercati, in particolare del mercato del lavoro, dovrebbero permettere di ridurre i costi di produzione e i prezzi, accrescere la competitività e aumentare le esportazioni. Infine, le politiche di compressione dei salari opereranno su entrambi i fronti, dell’import attraverso la riduzione della domanda e dell’export attraverso l’abbattimento dei costi. Per queste vie, il deficit verso l’estero dovrebbe ridursi fino a sparire, e la tentazione dei paesi debitori di sganciarsi dall’euro dovrebbe rientrare.

(…) … sono ormai quasi vent’anni che i ricercatori dell’OCSE e delle università di tutto il mondo accumulano evidenza del fatto che non è possibile stabilire alcuna relazione statistica tra maggiore flessibilità del lavoro e riduzione della disoccupazione. La spiegazione per cui non si trova una correlazione la fornisce il paradigma alternativo di teoria economica: i livelli di occupazione dipendono principalmente dalla domanda effettiva di beni e servizi, non dalla flessibilità del lavoro. Pertanto a parità di domanda, i contratti flessibili generano un incentivo sia alle assunzioni che ai licenziamenti, con un effetto netto su occupazione disoccupazione pressoché nullo. (…) La precarietà, dunque, non aumenta l’occupazione, ma può essere funzionale al tentativo di rimettere in equilibrio l’unione attraverso l’austerity e la compressione salariale a carico dei paesi debitori verso l’estero.

Eppure la Grecia è solo l’ultima, in ordine di tempo, delle innumerevoli prove del fallimento di una simile strategia. In fondo rappresenta un’estremizzazione di quel «big bang competitivo» che, come abbiamo detto, costituisce il reale fondamento politico della zona euro. I paesi membri vengono infatti messi a concorrere tra loro sui versanti della disciplina fiscale, così come della concorrenza salariale. Questa gara a chi raggiunge per primo il pareggio di bilancio pubblico, a che rende il mercato del lavoro più flessibile, a chi deprime più rapidamente le retribuzioni, rappresenta l’architrave formale dell’unione monetaria, ma costituisce al tempo stesso il volano di una guerra distruttiva, che farà precipitare il continente in una nuova depressione.

(…)

La gara al ribasso dei salari relativi praticata dal paese più forte [la Germania], già abbondantemente in posizione di avanzo verso l’estero, è il sintomo più evidente del fatto che l’Unione è stata edificata su basi competitive insostenibili. Insistere lungo la via della concorrenza tra paesi, tra capitali e in ultima analisi tra lavoratori, accresce i dubbi degli operatori finanziari sulla tenuta della zona euro, aizza ulteriormente la speculazione e conduce l’Europa nel precipizio di una modalità della deflazione da debiti di particolare virulenza: la deflazione competitiva dei salari.

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella – L’austerità è di destra, pp. 69-73

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