L’apparente irrazionalità dell’austerity

Se volessimo sintetizzare la visione politica che dall’inizio della crisi ha prevalso in Europa, potremmo definirla «il punto di vista del creditore». Questo verte sul convincimento che, per salvaguardare il diritto dei possessori di titoli al rimborso, i debitori debbano tirare la cinghia per ridurre le spese, e che gli aiuti da parte delle istituzioni europee possono essere solo temporanee e funzionali all’attuazione di riforme votate all’austerity e alla compressione dei costi. (…) Tuttavia … tale orientamento non è assolutamente in grado di attenuare la crisi dell’eurozona. Anzi, la aggrava, deprime l’occupazione e i redditi, e quindi accresce l’incertezza sulle possibilità del rimborso dei debiti.

(…)

La generalizzazione del punto di vista del creditore, per quanto diffusa, è logicamente contraddittoria.

(…)

I keynesiani normativi fanno senz’altro bene a puntare l’indice contro questi fenomeni di irrazionalità, … .  Al tempo stesso però, concentrandosi troppo sulle bizzarrie dei consensi intorno all’austerity, non sembrano avvedersi del fatto che tale apparente follia serve pure una logica e dei precisi interessi.

In primo luogo, dal punto di vista della contrapposizione tra capitale e lavoro, l’austerità indebolisce i lavoratori e contribuisce a ridurre la quota di prodotto pro capite a loro destinata. Da un lato, le politiche di austerity deprimono i redditi e i profitti totali, ma dall’altro favoriscono l’aumento dei profitti per unità di lavoro. Ovviamente, la caduta dei volumi totali di profitto non può essere compensata dagli incrementi unitari. Questi ultimi, tuttavia, costituiscono il sintomo più evidente di un ulteriore spostamento dei rapporti di forza a favore del capitale. Uno spostamento che potrà dare i suoi frutti nel momento in cui un nuovo motore della domanda effettiva rilancerà la produzione. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando, tra l’altro, un ulteriore indebolimento del lavoro. Beninteso, se il motore della domanda tardasse a giungere, la forza del capitale potrebbe arrivare a ritorcersi contro di esso, generando una crisi in grado di intaccare persino le sue stesse condizioni di riproducibilità. Ciononostante, e a meno di casi estremi, la posizione prevalente tra i proprietari del capitale è ben prevedibile: contribuendo a disciplinare ulteriormente la forza lavoro, la politica dei sacrifici val bene una crisi.

L’austerity però non solo risulta funzionale agli interessi del capitale contrapposti a quelli dei lavoratori. Incide pure nella lotta interna agli assetti capitalistici europei, che vede fronteggiarsi tra loro imprese, banche e interi stati nazionali. Nel caso in esame, lo squilibrio tra la Germania creditrice e i paesi periferici debitori alimenta una crisi asimmetrica, che si distribuisce in termini fortemente sbilanciati sul continente europeo. I diversi andamenti dell’occupazione e della disoccupazione non sono gli unici rilevatori di questi scompensi fra i territori. Anche le sofferenze bancarie e la mortalità delle imprese private si concentrano principalmente nell’Europa del sud e negli altri paesi periferici. (…)

Questa ricaduta asimmetrica della crisi riflette uno scontro intercapitalistico che vede le realtà imprenditoriali più deboli soccombere oppure farsi assorbire. Nella crisi, infatti, la moneta non sparisce. In Europa si concentra nelle mani dei soggetti più forti, situati prevalentemente in Germania e negli altri paesi in surplus verso l’estero, caratterizzati da un eccesso di esportazioni sulle importazioni e quindi da un accumulo di risorse liquide, oltre che dei crediti. (…) Se all’interno della banca centrale e tra le istituzioni europee prevale la linea dell’austerity, non solo i bilanci pubblici, ma anche i bilanci delle imprese delle banche private situate nei paesi periferici registrano le perdite più ingenti e, se la caduta di valore dei loro capitali oltrepassa un certo limite, potranno diventare oggetto di acquisizioni estere a buon mercato. Anzi, a dirla tutta, le banche italiane quel limite lo hanno già superato.

Parafrasando Hegel, l’irrazionale è solo apparente.

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella – L’austerità è di destra, pp. 83-87

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