Mezzogiornificazione e Germanificazione dell’Europa

… l’ipotesi di rendimenti crescenti di scala [prevede] che le imprese operanti in aree storicamente caratterizzate da una maggior concentrazione di attività produttive sono quelle che presentano economie di scala più elevate e rendimenti maggiori, per cui sono destinate a imporsi su tutti i mercati man mano che i costi di transazione e di trasporto delle merci si riducono. Il processo di concentrazione della produzione avviene proprio per questo motivo: man mano che cadono le barriere agli scambi e si introduce una moneta unica, le aree caratterizzate da maggior concentrazione produttiva entreranno in competizione con le aree meno concentrate, e poiché queste ultime godono di economie di scala inferiore, alla fine soccomberanno.

(Ma all’opera non c’è solo un “naturale” meccanismo economico, la “mano invisibile” dei mercati nella sua divina razionalità)

La mezzogiornificazione può infatti essere considerata una conseguenza di quello che potremmo definire un processo di «centralizzazione dei capitali» nel senso di Marx, e di una connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa. È questa una fenomenologia che non può semplicemente ridursi al caso delle economie di scala. Riguarda, piuttosto, gli assetti del potere, economico e finanziario, che si manifestano nel controllo del mercato, delle risorse, del credito, del rapporto di forza tra le classi, tra i capitali e tra le istituzioni. In quest’ottica, il concetto di «mezzogiornificazione» non richiede più necessariamente una riallocazione spaziale delle attività produttive, ma evoca un più generale fenomeno di concentrazione della proprietà del controllo dei capitali. Stando a questa visione, si può infatti ritenere che gli squilibri commerciali correnti rappresentino un segnale premonitore di cambiamenti negli assetti proprietari futuri. In altri termini, i disavanzi commerciali di oggi si trasformeranno in acquisizioni estere domani. I capitali situati nelle periferie del continente tenderanno cioè in larga misura a sparire o a farsi assorbire. Le economie periferiche del continente verranno progressivamente integrate all’interno del sistema tedesco egemone. Imprese dell’Europa del sud in concorrenza con quelle tedesche saranno progressivamente estromessa dal mercato. Sopravviveranno invece le imprese acquisite, o quelle che operano in subfornitura all’interno delle catene produttive coordinate dei capitali tedeschi. Le leve di comando del capitale si concentreranno sempre di più in Germania e nelle aree centrali dell’unione, mentre le periferie dell’Europa resteranno popolate da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo. Lo spostamento all’estero della testa pensante del capitale riduce cioè i proprietari e i lavoratori delle periferie ai rispettivi ranghi di rentiers privi di qualsiasi potere decisionale gli uni e di manodopera dequalificata a buon mercato gli altri.

… questa tendenza alla mezzogiornificazione non può essere sganciata dai fenomeni della deflazione e della relativa depressione. Queste ultime, anzi, ne costituiscono i decisivi fattori di attivazione. Infatti, … la deflazione e la crisi rappresentano le determinanti fondamentali per il crollo del valore dei capitali situati nei paesi periferici, e quindi per il loro eventuale assorbimento da parte di acquirenti esteri.

(E la sola uscita del paese in difficoltà dall’euro, non significherebbe automaticamente l’interruzione di questa fagocitazione …)

… non bisognerebbe dimenticare che la dissoluzione dell’unione monetaria darebbe anche qualche beneficio alla Germania e agli altri paesi creditori verso l’estero. Una eventuale svalutazione da parte dei paesi periferici ridurrebbe infatti in termini ancora più drastici il valore delle loro attività: banche, imprese, patrimonio pubblico, tutto costerebbe meno, in termini di valuta estera. L’uscita di questi paesi dall’eurozona darebbe quindi ai capitali stranieri, in particolare tedeschi, ulteriori occasioni di effettuare «shopping a buon mercato» nell’Europa del sud … un’eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa germanizzazione europea. Al contrario, potrebbe determinare una sua accelerazione. (…)

Ciò che le autorità tedesche davvero temono, invece, è che se salta la moneta unica possa saltare anche il mercato unico europeo. La loro preoccupazione è che i paesi periferici estromessi dall’euro si vedano a un certo punto costretti anche a introdurre controlli sui movimenti di capitali e al limite di merci. Tale opzione costituirebbe un notevole problema per la Germania, non solo perché ostacolerebbe i processi di centralizzazione dei capitali, ma anche per il pregiudizio che arrecherebbe a una strategia di sviluppo nazionale che per decenni si è basata su esportazioni realizzate in larga misura in Europa.

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella – L’austerità è di destra, pp. 90-94

 

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