Quando la sinistra era sovranista e protezionista

Il testo che segue è la trascrizione dell’intervento di Giuseppe Di Vittorio alla Camera dei Deputati nella seduta del 16 giugno del 1952. Si discuteva della ratifica del trattato che l’anno precedente aveva istituito la CECA (Comunità Europea del carbone e dell’acciaio). Lascio a voi ogni commento e considerazione. 

P.S. Il riferimento all’intervento l’ho trovato qui. Tutto l’intervento lo trovate qui.

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Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo di non esagerare affermando che la decisione, che la Camera sta per prendere, è fra le più gravi che siano state prese dal Parlamento italiano nell’attuale legislatura, se non, forse, la più grave.

Si tratta, con la ratifica del trattato di cui discutiamo, della rinunzia da parte dell’Italia della possibilità di utilizzare secondo i propri bisogni e secondo i propri interessi lo strumento più formidabile che essa possiede in politica economica, cioè la siderurgia.

(…)

Il piano Schuman sottopone l’Italia, in materia di politica. economica, alla dominazione straniera; il piano Schuman affida in mani straniere lo strumento più potente ed efficace di cui l’Italia dispone, cioè la sua siderurgia, che è invece la base indispensabile, fondamentale, direi unica, al fine di compiere lo sforzo per accelerare l’industrializzazione del nostro paese, la meccanizzazione dell’agricoltura e quindi lo sviluppo economico e civile di tutta la nazione. È vero, vi è un articolo del trattato che stabilisce che l’Italia, nel pool del carbone e dell’acciaio, nella cosiddetta comunità europea, è a parità di condizioni con altri Stati; ma questa eguaglianza è puramente fittizia. (…) Ogni persona di buon senso sa benissimo che in ogni società fondata su interessi privati i soci piccoli sono destinati ad essere fagocitati dai soci grandi. In altri termini, piccoli azionisti nelle società che difendono interessi di gruppi privati hanno il ruolo di comparse, un ruolo passivo, decorativo; sono invece coloro che detengono la maggioranza delle azioni il 51 per cento o il 50 e mezzo per cento che determinano la politica delle società per garantire il maggior profitto possibile ai signori grandi azionisti. Infatti, l’articolo 71 del piano offre, appunto, l’offa [compenso offerto per ottenere il silenzio e la complicità, n.d.r.] di questa uguaglianza giuridica all’ Italia, ed è immediatamente seguito e neutralizzato, anzi annullato, dagli articoli dal 72 al 74, quali sottopongono i paesi aderenti al piano ad un controllo completo, per cui l’Italia non può sostenere, non può sovvenzionare, non può potenziare lo sviluppo della sua industria siderurgica; non parliamo, poi, di quella carbonifera. Il controllo, onorevoli colleghi, giunge persino a riguardare i trattati di commercio per quanto concerne l’acciaio e il carbone che l’Italia volesse stipulare con terzi Stati non aderenti al pool, e questo con il pretesto di cercare di evitare misure di dumping, od altro che possa danneggiare il pool del carbone e dell’acciaio.

Ora, questo sottoporre al controllo straniero l’industria che è alla base di ogni politica economica effettiva ed autonoma di uno Stato, significa rinunciare alla parte sostanziale, concreta della nostra sovranità nazionale.

Il fatto stesso che il trattato prevede una maggioranza qualificata nell’ambito dell’Alta Autorità, per tutte le decisioni importanti, esclude l’Italia automaticamente dall’avere un peso in queste decisioni. Quindi, la sottomissione dell’Italia ad interessi stranieri è sancita, è ammessa e consumata. Questa fittizia uguaglianza giuridica, dunque, si può benissimo paragonare a quella uguaglianza giuridica che una compagnia di lupi offrisse a degli agnelli.

Gli stessi scopi istitutivi, del resto, di questo trattato, di questo pool dell’acciaio e del carbone, condannano automaticamente la siderurgia italiana alla sparizione, presto o tardi, non conta. Questo è il programma, ed è abbastanza chiaro. Infatti, si afferma che lo scopo fondamentale di questo pool sarebbe quello di eliminare le aziende scarsamente efficienti e di potenziare quindi quelle che si trovano in migliori condizioni per produrre a bassi costi. Chiunque conosca le diverse condizioni in cui operano la nostra siderurgia e la siderurgia tedesca e francese, che hanno a portata di mano le materie prime, sa benissimo che la nostra industria siderurgica, trovandosi in condizioni di inferiorità, è destinata a scomparire.

(…)

Nella lucida, e chiara relazione di minoranza che è stata presentata su questo disegno di legge è riportata una citazione estremamente istruttiva, tratta da una pubblicazione dell’alto commissariato americano in Germania (e noi tutti sappiamo ogni finzione in senso contrario sarebbe una ipocrisia che sono gli americani gli autori, i promotori, i creatori di questo piano). In Notes et Etudes Economiquesn. 36, dell’ottobre 1951, si legge: «La Germania beneficerà non solo di una espansione generale del mercato, ma, in particolare e quasi immediatamente, della eliminazione delle imprese inefficienti negli altri paesi partecipanti». Qui, signori, è il padrone che parla, e questo padrone afferma che i tedeschi beneficeranno della eliminazione delle aziende poco efficienti degli altri paesi partecipanti al pool.

Ora, mi sembra che non si tratta di migliaia di paesi, in modo che sia difficile individuare che cosa si voglia dire. Si conoscono i paesi aderenti al pool. Quali sono? E particolarmente quali sono i paesi che hanno aziende siderurgiche poco efficienti, che sarebbero destinate a sparire quasi immediatamente ? È solamente l’Italia.

(…)

Ma, signori, voi non vi meraviglierete se io dico che i lavoratori e tutti gli strati del popolo interessati direttamente allo sviluppo industriale, agricolo ed economico del paese si opporranno con tutte le loro forze alla chiusura di questi stabilimenti, condannati dal pool ad essere liquidati. Noi difenderemo le industrie nazionali, difenderemo il lavoro ed il pane dei lavoratori italiani ed esigeremo l’ammodernamento di tutti questi impianti, perché possano lavorare nelle migliori condizioni per il nostro paese.

Ma, a parte questo aspetto, poiché la siderurgia rappresenta la base prima dello sviluppo industriale di cui ha bisogno l’Italia, e lo strumento fondamentale di ogni politica autonoma per un paese che voglia uscire da una situazione di particolare arretratezza e di particolare miseria, come può l’Italia in queste condizioni rinunciare per cinquant’anni, per più generazioni, a questo strumento che si è costruito con grandi sacrifici di più generazioni? Noi abbiamo in Italia dei grandi bisogni che noi italiani sentiamo e che non possono sentire i capitalisti stranieri, i quali vanno naturalmente, come è nella legge stessa del sistema, a caccia dei più alti e dei più facili profitti possibili senza interessarsi dell’Italia. Noi siamo il paese che in Europa ha più di due milioni di disoccupati permanenti e milioni di disoccupati parziali; abbiamo vaste zone, non soltanto nel Mezzogiorno, ma anche nel nord, che sono economicamente arretrate. Come dobbiamo uscirne? (…)

Noi non abbiamo che un solo mezzo per uscire da questa situazione, per dare un colpo alla disoccupazione: dobbiamo sviluppare noi, con i nostri mezzi, in Italia, una politica di piena occupazione, di utilizzazione di tutte le possibilità di lavoro che esistono e che non sono ancora utilizzate.

(…)

Ci si ribatte un argomento che ho sentito spesso esporre e che ho letto anche nella relazione della maggioranza) che, anche se sarà sacrificata qualche parte della nostra siderurgia (le aziende poco efficienti), noi potremo avere l’acciaio a buon mercato e quindi potremo sviluppare l’industria meccanica; i lavoratori che rimanessero disoccupati nell’industria siderurgica sarebbero rioccupati nella meccanica. Ma, signori, dato che tutte le decisioni importanti, come ho già ricordato, non dipendono da noi, ma dalla maggioranza qualificata che ha interessi più omogenei e in contrasto con quelli italiani perché dobbiamo illuderci che il pool darà a noi l’acciaio a buon mercato per sviluppare la nostra industria meccanica e non permetterà di vendere in Italia i prodotti finiti o semilavorati? Volete che il nostro paese dipenda dalla generosità, dalla comprensione, dalla solidarietà di stranieri, rinunciando invece ad usare uno strumento che ha nelle proprie mani e di cui si spoglia senza nessuna garanzia di qualche contropartita?

(…)

E qui troviamo il fatto più assurdo e, se permettete, più immorale di questo piano. Ho ascoltato con attenzione l’onorevole Ambrosini, relatore per la maggioranza, quando ha difeso, col suo solito calore, il concetto della rinuncia ad una parte della sovranità nazionale per concorrere con altri paesi realizzare la pace, la concordia e tante altre cose molto belle e molto elevate. Ma qui non si tratta di questo, onorevole Ambrosini, qui non si tratta di una lega di nazioni che assuma la tutela o la difesa di interessi pubblici di carattere collettivo di queste nazioni. No: l’assurdo è l’immoralità di questo trattato sta nel fatto che si realizza una coalizione di Stati, di Governi, per garantire, per cristallizzare, per proteggere interessi privati; perché questi monopoli del carbone e dell’acciaio, tedeschi e francesi, non sono pubblici, non appartengono alla federazione europea, non appartengono ai vari Stati che ne fanno parte, ma appartengono a capitalisti privati, e il compito che gli Stati hanno è di proteggere il più possibile questi capitali privati investiti in questi trusts.

(…)

Tutto ciò, naturalmente, fa dire a voi: ma finalmente avremo la liberalizzazione, ed in questo modo vi sarà il libero scambio e quindi grandi possibilità di sviluppo. Noi non ci crediamo, e non crediamo nemmeno alla liberalizzazione in senso assoluto come fattore di progresso. Adesso si dice: ma voi siete allora dei protezionisti. Questa è una polemica antica: protezionismo e liberismo.

Noi proletari siamo per lo sviluppo economico e civile massimo di tutte le nazioni, a cominciare dalla nostra. Se a questo scopo, in determinate condizioni storiche, politiche ed economiche, può servire il liberismo, siamo liberisti, se in determinate condizioni invece può servire una protezione ragionevole del caso per caso, siamo anche protezionisti; l’essenziale è stimolare al massimo il progresso economico e civile della nazione.

(…)

Questa industria è stata creata dall’Italia ed è di proprietà statale, non già di proprietà privata. La costruzione di questa industria, la sua vita fino ad oggi è costata al popolo italiano centinaia di miliardi, se contiamo, insieme con gli investimenti diretti, gli investimenti indiretti che sono avvenuti attraverso i dazi doganali, le protezioni, i maggiori prezzi imposti agli acquirenti, ecc.

Ora che questa industria noi l’abbiamo costruita con i sacrifici del popolo italiano, ora che essa ha raggiunto una certa efficienza ed esiste la possibilità reale di raggiungere un maggiore sviluppo, voi, proprio adesso, volete per 50 anni mettere questa industria, strumento fondamentale dello sviluppo economico dell’Italia, nelle mani straniere ? Nelle mani di capitalisti privali stranieri, che non hanno certo interesse a che l’Italia sia un possibile concorrente!

Io credo che voi non abbiate il diritto di farlo. Nelle condizioni attuali l’interesse della nazione esige che lo Stato italiano si riservi l’autonomia, la possibilità, la libertà di usare di questo strumento, di potenziarlo, se occorre, anche con sovvenzioni dirette, anche con misure protettive (sono problemi da esaminare caso per caso), onde avere a propria disposizione questo strumento e farlo servire nell’interesse e per i bisogni del paese, e non nell’interesse e per i bisogni di capitalisti stranieri.

Giuseppe Di Vittorio

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