Una parolaccia: la pianificazione

La crisi epocale a cui assistiamo è senza dubbio la risultante di un crollo delle spese, ma non può ridursi semplicemente a questo. La realtà, infatti, è che siamo al cospetto di un fallimento del mercato che riguarda le modalità stesse di formazione dei prezzi e di allocazione delle forze produttive tra i vari settori dell’economia.

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Occorre comprendere che il problema della livello della domanda effettiva e della produzione e il problema della loro allocazione tra i settori non possono essere disgiunti. Non ci si può illudere di attenuare il primo con un input di spesa pubblica, lasciando che il secondo sia ancora guidato dalle dinamiche dei prezzi che hanno dominato il regime di accumulazione dell’ultimo trentennio.

L’esigenza che si pone, allora, non può che consistere nella definizione di un meccanismo di sviluppo che ridimensioni il ruolo dei prezzi di mercato, e in particolare dei prezzi che si formano sui mercati finanziari, nella determinazione del livello e della composizione della domanda e della produzione. Come noto esiste un solo modo razionale per approssimarsi a un tale obiettivo: occorre riprendere e attualizzare il tema della «pianificazione». Bisogna cioè indagare sulla potenziale modernità del «piano», nelle sue varie declinazioni. Perché il piano rappresenta, in fin dei conti, il punto di riferimento concettuale per tutte le soluzioni di sviluppo che si differenzino, almeno nelle linee essenziali, dalla meccanica dell’odierno regime di accumulazione trainato dalla finanza privata.

(…)

La definizione di un meccanismo di riproduzione sociale alternativo richiede dunque in primo luogo l’attribuzione alle autorità politiche di una funzione logicamente contrapposta a quella corrente: lo Stato e la banca centrale dovrebbero cioè ripristinare è ampliare quelli che Reinhart e Rogoff hanno definito una «repressione dei mercati finanziari» e un «pesante uso dei controlli dei capitali», che caratterizzarono l’economia mondiale del secondo dopoguerra e che per circa un trentennio favorirono una stabilità macroeconomica mondiale senza precedenti. Ma soprattutto, la repressione finanziaria determinerebbe le condizioni logiche necessarie per inaugurare un nuovo regime, in cui l’autorità pubblica assume il controllo della circolazione monetaria al fine di agire quale «creatrice di prima istanza di nuovo occupazione». Di prima istanza, si badi, ossia non per fini di mera assistenza, ma per la produzione di quelle basic commodities, e quei «beni collettivi», che maggiormente incidono sulle condizioni del progresso materiale civile della società e che, proprio per questo, non dovrebbero essere lasciate alla ristretta logica dell’impresa capitalistica privata.

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella – L’austerità è di destra, pp. 120-125

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