La federazione europea è semplicemente fuori dalla storia

Nell’ultimo post del suo blog, Bill Mitchell ragiona sul fatto che una federazione europea è impossibile perché non ci sono le condizioni di base. Bill Mitchell è australiano, quindi vive in una federazione di stati. Le condizioni perché una federazione tra stati esista, è che questi accettino almeno tre principi: 1) gli stati ricchi trasferiscono fondi agli stati più poveri, 2) la qualità dei servizi goduti dai cittadini deve essere uguale a prescindere da dove vivono e 3) lo stato federale è pronto a intervenire e affrontare eventi negativi che colpiscono uno o più stati.

È lampante che nell’Unione europea nessuno di questi tre principi è in piedi.

Ora, Macron è stato eletto in Francia con la pia speranza dei francesi che esso riesca a strappare alla Germania la condivisione del debito nella forma degli Eurobond o un piano di investimenti europei cofinanziati dagli stati membri. Ma la Germania è stata esplicita e lapidaria, questa volta per bocca del presidente della Bundesbank Weidmann.

«La condivisione del debito in presenza di una estesa sovranità nazionale sarebbe il peggior modo di procedere. Accrescerebbe i problemi in Europa piuttosto che risolverli.»

«Non vedo nessuna ragione perché l’Italia dovrebbe co-finanziare ponti in Germania o il Portogallo le autostrade in Germania o viceversa.»

Notate la franchezza della comunicazione del Weidmann? Per comprenderla non dimenticate che il presidente della Bundesbank si sta rivolgendo a un pubblico tedesco. Nella sua prima affermazione è presente la condizione che renderebbe possibile la condivisione del debito: la cessione di sovranità nazionale a un parlamento e governo federale. Quella cessione che però la Germania e i Tedeschi mai e poi mai sarebbero disposti a fare. Gli altri, gli Italiani primi tra tutti, si sono dimostrati subito disposti a cedere sovranità, i Tedeschi no. I Tedeschi hanno imposto all’Europa il loro tipo di gioco: concorrenza e competizione, mercati dei capitali e delle merci completamente liberi, una moneta comune senza un governo comune. Non hanno mai pensato di costruire una federazione di stati alla maniera di USA, Canada o Australia, ma un ring in cui i vari stati europei si affrontano finché non ne rimane in piedi solo uno. I Tedeschi sono fatti così: sono convinti di essere i migliori (e in alcune cose lo sono), che i migliori abbiano il diritto naturale di sottomettere quelli meno di loro, e infine che questa selezione del migliore e gerarchizzazione sotto di lui di tutti gli altri porterà a un mondo migliore e più civile. Grandi ambizioni coltivano i Tedeschi. Hanno idee chiare e sono determinati.

Il commento di Mitchell alle affermazioni di Weidmann è che sono corrette «perché la creazione di una tale capacità fiscale federale [in Europa] non è politicamente e culturalmente sostenibile. … i cittadini dovrebbero tollerare trasferimenti di spesa da una regione all’altra e non insistere su una partecipazione proporzionale a quelle spese …. [e] una particolare regione dovrebbe essere disposta a godere di un reddito minore di quello che produce in modo tale che altre regioni possano godere di un reddito superiore a quello che producono.» Ma questa disposizione nei vari popoli europei non c’è (salvo nei gggiovani della generazione Erasmus). Sarà pure dura risvegliarsi dal sogno, ma bisogna finalmente prendere atto che quel sogno piuttosto che indicare il futuro ci sta nascondendo il presente. E il presente è fatto di Franz che non vuole condividere il frutto della sua parsimoniosità, laboriosità e rigorosità teutonica col pressapochismo, la pigrizia, la scansafaticaggine e furbizia italiota di Franco. Se Franco quei soldi li vuole in prestito, magari per comprarsi un bel BMW, ci si può ragionare sopra, ma non si sogni Franco di poter poi sfuggire al suo obbligo di onorare il debito.

Questo spirito di condivisione di un comune destino, necessario a tenere uniti stati diversi, negli Europei, non c’è. Guardate la storia europea. Che cosa soprattutto ci vedete? Guerre, conflitti, alleanze che si compongo e che si disfano. Altro che valori comuni. Gli unici che sembrano non essersi dimenticati di questa evidente realtà sono soprattutto  i Tedeschi.

Come gli Italiani, i Francesi e tutti gli altri popoli europei, neppure i Tedeschi sono in grado di determinare completamente il proprio destino e di prendere in assoluta libertà le loro decisioni. Sconfitti in maniera disastrosa nel secondo conflitto mondiale, si sono dovuti ritagliare come gli altri stati europei il loro spazio di autonomia all’interno dell’impero americano. Crollato l’impero sovietico, si è aperto uno scenario del tutto nuovo e pieno di prospettive e possibilità. La storia si è rimessa in moto (altro che fine della storia). Quasi costretta a stringere maggiormente i legami tra gli stati europei, la Germania ha dettato e imposto le sue condizioni e le sue regole, che sostanzialmente le assicurassero di “germanizzare” questa nuova creatura ibrida, di farne uno strumento coerente ai suoi interessi, e ha quindi costretto tutti gli altri paesi a fare il suo gioco. È come se nel gioco del calcio la Germania fosse riuscita a rendere inapplicabile e fuori regolamento il catenaccio e il contropiede. Il risultato è che la Germania ha cominciato a vincere a ripetizione.

L’unico modo di esistere dell’Unione europea è quello attuale: la stagnazione, la crisi, l’austerità proseguiranno, perché è l’unico “gioco” che la Germania è disposta a giocare in comune con gli altri stati e le altre economie europee. Perché le classi dirigenti italiane si ostinino a far continuare a giocare all’Italia un gioco che il paese ha dimostrato di non essere attrezzato a fare e che anzi lo sta portando al fallimento e all’asservimento, questo bisognerebbe chiederlo a loro. Di sicuro avranno il loro tornaconto. Che non è il nostro.

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