L’irrazionalità del pensiero totalitario (neo)(ordo)liberista

Di seguito, una citazione da un testo del 1993 di Giovanni Mazzetti che è stato riproposto recentemente dall’autore in redistribuireillavoro.it. Nell’introdurre il testo l’autore scrive: «Se il testo, scritto nel 1993, era piuttosto scettico sulle prospettive di breve periodo, l’evoluzione reale degli ultimi venticinque anni è andata al di là delle più pessimistiche anticipazioni. Chi avrebbe mai pensato, all’epoca, che avremmo dovuto subire una crisi di portata analoga a quella degli anni trenta del Novecento?  Chi avrebbe mai creduto che l’involuzione culturale sarebbe stata tale da sentire presentate come “novità” gli stessi luoghi comuni che venivano contrapposti a Keynes, quando questi prospettava quelle politiche, che furono accolte solo dopo il duplice disastro dello svolgimento della crisi e della seconda guerra mondiale?  Ma questo è successo, e con questa situazione negativa dobbiamo oggi fare i conti.»

La citazione è ogni tanto interrotta da alcuni miei pensieri provinciali in corsivo.

Come è noto, gli economisti ortodossi rappresentano il mercato come la forma più razionale dell’organizzazione sociale, e la concorrenza come la sua forma ottimale. Per giungere a questa conclusione hanno però avuto bisogno di spiegare in un modo particolare, e a nostro avviso non rispondente al vero, alcuni dei fenomeni che in esso avvengono. «Il sistema dei prezzi», sostiene ad esempio Friedman, «funziona così bene, in modo così efficiente, che il più delle volte non ce ne accorgiamo. Non si può capire come funziona bene finché non gli viene impedito di funzionare». Vale a dire che le difficoltà riproduttive, che eventualmente si presentano nella concorrenza, non sarebbero espressione di contraddizioni intrinseche di quel modo di produrre, bensì verrebbero imposte su di esso dal di fuori. Ed esattamente, deriverebbero dal fatto che le persone che «cooperano» sul mercato «difficilmente sono disposte a lasciarlo funzionare».

L’autore scrive «cooperano» e non semplicemente cooperano, per prendere le distanze dalle parole di Friedman, perché la realtà delle economie di mercato è fatta di persone che competono, concorrono e quindi vincono e perdono, sperimentano effetti e risultati positivi e negativi dal libero funzionamento del mercato. Secondo voi, a quali delle due categorie di persone si riferisce Friedman quando parla di persone che «difficilmente sono disposte a lasciar funzionare» il mercato?

C’è qui un evidente capovolgimento del fenomeno che ha luogo nella realtà.

E infatti il liberismo, e ancor più le sue versioni neo e ordo, ha tutti i tratti della ideologia totalitaria: non ha nessun interesse per la realtà come naturalmente è né per gli uomini come naturalmente sono, piuttosto opera per un loro (della realtà e dell’uomo) adeguamento all’idea.

L’azione degli individui, diretta a reagire agli effetti (negativi) dell’andamento del mercato, che è dapprima un effetto del funzionamento di quella struttura sociale, viene presentata come se fosse immediatamente una causa degli eventi non riproduttivi che eventualmente in esso si manifestano.

Di fronte a un effetto negativo (disoccupazione, riduzione del salario, peggioramento delle condizioni sul lavoro, aumento dello stress, peggioramento delle relazioni sociali e della qualità della vita, ecc.) causato da una particolare organizzazione della macchina della produzione delle risorse, una persona di buon senso, sana di mente, con solo un granello di sale in zucca, mette in discussione la e cerca di intervenire sulla suddetta macchina. L’intervento è quindi effetto del normale funzionamento della macchina. I (neo)(ordo)liberisti, però, spacciano questo intervento come la causa del malfunzionamento.

Per i liberisti, l’individuo che sperimenta un risultato negativo dal “normale” funzionamento del mercato (e in regime di concorrenza questa è la regola quanto l’esperienza positiva) dovrebbe semplicemente accettarlo con fair play, come si accetta una sconfitta in una qualsiasi competizione sportiva. L’unica differenza è forse che il neoliberismo americano non può (ancora?) rinunciare alla carota del “sogno americano”, per cui la sua narrazione prevede che il perdente di oggi se ci dà veramente dentro e si impegna molto molto molto sarà il vincente di domani. L’ordoliberismo tedesco, che non ha da spacciare sogni ma molto più brutalmente e semplicemente da selezionare i più adatti, prevede che il perdente si rassegni, accetti definitivamente la sua posizione nella gerarchia dell’umanità e si accontenti di ciò che il destino gli ha riservato.

Ora, è indubbiamente vero che l’azione di coloro che cercano di sottrarsi al potere del mercato produce la disgregazione di questa struttura sociale, ma affinché un’azione del genere si presenti è prima necessario che i produttori sperimentino in essa una negazione. Se venissero veramente confermati, come gli economisti asseriscono che dovrebbe avvenire, il tentativo di modificare il proprio rapporto con il mercato non avrebbe alcun senso.

Non fa una piega, non trovate? Puro buon senso. Anche Catalano approverebbe il ragionamento, soprattutto l’ultima affermazione. Chi si sognerebbe di intervenire per aggiustare una macchina che va bene? Ma i neoliberisti non sono persone di buon senso. O se lo sono, lo sono quanto lo erano Hitler e Goebbels.

Così, per sostenere aprioristicamente la razionalità del mercato, essi negano uno dei pochi elementi certi della razionalità umana: la spinta degli individui a mutare le circostanze in conseguenza delle frustrazioni, e la sollecitazione a conservare il contesto se questo assicura una soddisfazione.

Insomma, i liberisti per mantenere in piedi la loro Idea sono costretti a condannare come irrazionale un comportamento semplicemente umano: sto male? cerco di stare meglio; funziona male? cerco di farlo funzionare meglio (o cambio macchina).

Si badi bene che gli economisti ortodossi non negano affatto la possibilità del verificarsi di una disconferma, e cioè che il prodotto debba talvolta essere venduto ad un prezzo inferiore al suo costo o addirittura restare invenduto, si limitano piuttosto a sostenere che essa può trovare una pronta e coerente soluzione attraverso la passiva accettazione del potere del mercato, senza il bisogno di cercare di acquisire un potere su di esso. Nella dinamica reale scoprono però una cosa ovvia e ben diversa, e cioè che gli individui che perseguono la soddisfazione dei loro bisogni non si limitano, in genere, ad accettare passivamente una eventuale negazione, e che piuttosto tornano ad agire sul contesto per modificare in esso quella particolare componente che, a loro avviso, è alla base della negazione. Tuttavia, invece di prendere atto di questa realtà, che costituisce un elemento intrinseco generale dell’evoluzione umana, gli economisti si limitano a sostenere che se gli esseri umani rinunciassero alla loro individualità, e piegassero i loro bisogni alle possibilità offerte dal mondo oggettivo nel frattempo prodotto, si troverebbero di colpo soddisfatti al meglio delle possibilità.

Cioè, “se gli uomini si accontentassero di quello che passa il convento, sarebbero più contenti”. Ma attenzione: per i liberisti, sia neo che ordo, questo non rimane un pio desiderio da accompagnare con un sospiro di desiderio impossibile, bensì è un obiettivo da realizzare: bisogna creare le condizioni per cui gli uomini rinuncino alla loro individualità, pieghino i loro bisogni alle possibilità offerte dal mercato, soffrano e sopportino in silenzio “la durezza del vivere“.

Ma se gli uomini, nel mondo precapitalistico, non si sono piegati ad accettare passivamente le particolari condizioni nelle quali vivevano, quando esse venivano sperimentate come negative, nonostante il loro carattere immanente assumesse allora la forma particolarmente minacciosa della manifestazione di una volontà divina e la loro azione trasformatrice la forma funesta del peccato, per quale strana ragione, ora che sono cresciuti e cominciano a contrapporsi normalmente al contesto sociale come loro prodotto, dovrebbero attribuire una connotazione intangibile, cioè sacra, alle condizioni determinate dal mercato?

Questo è un problema che i liberisti si sono posti. E siccome non sono stupidi e hanno un sacco di risorse, hanno trovato una soluzione, non so quanto solida e duratura: l’egemonia culturale, il perfetto controllo dei mezzi di comunicazione e dei centri di formazione della cultura, delle idee e delle classi dirigenti. Probabilmente hanno letto molto attentamente Gramsci, mentre noi ci accorgevamo che era esistito solo in occasione degli anniversari (e ciò neanche tutti gli anni). Il risultato è stato che il Mercato ha sostituito Dio, e che oggi non sottomettersi alle leggi del Mercato ha conseguenze più immediate e dirette di quelle che ieri aveva il contravvenire a uno dei dieci comandamenti.

Il prezzo che viene fatto dal mercato per il risultato dell’attività di ciascun produttore «determina, infatti, la quantità di prodotto (sociale complessivo) che gli spetta», ed in tal modo si presenta come una condizione che decide della sua stessa vita. Per quale strana ragione, quando questa condizione non si presenta come riproduttiva per il singolo, ed è in contraddizione con le sue aspettative, quest’ultimo dovrebbe rinunciare a dar fondo a tutte le sue capacità, pur di cercare di riprodursi nella forma desiderata?

E, infatti, una simile rinuncia non si è proprio verificata!

L’affermazione di chiusura non teneva nel giusto conto l’arte del mentire, del nascondere e del distrarre che guida il progetto (neo)(ordo)liberista, la sua consapevole capacità manipolatoria delle condizioni economiche e delle menti umane. Prima con l’inflazione, poi con l’indebitamento dello stato, poi con l’indebitamento facile dei privati, il (neo)(ordo)liberismo ha rimandato la necessità della rinuncia e il contatto con “la durezza del vivere” da parte della maggioranza della popolazione (vedi questa altra citazione del mio blog). L’affermazione è diventata vera dopo il 2008 e soprattutto dopo Monti: infatti, il 60-70 per cento degli Italiani non si è rassegnato a stare peggio, a sopportare in silenzio “la durezza del vivere“. Ma quanti di loro, e questa è cosa di importanza fondamentale, sono liberi dalla ragnatela dei concetti, idee, ideali e principi costruiti in questi ultimi trenta-quarant’anni dai centri di diffusioni del verbo (neo)(ordo)liberista?

Giovanni Mazzetti, Oltre il capitalismo per scelta o per necessità?, pp. 32-36

 

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