O democrazia o capitalismo!

 

… vorrei proporre un concetto più esteso di crisi di legittimazione: un concetto che non implica la presenza di due soli attori, lo stato e i suoi cittadini, bensì di tre attori: lo stato, il capitale e “coloro che dipendono dal salario”. Le aspettative rispetto alle quali il sistema politico-economico deve trovare la propria legittimazione non si situano solo dalla parte della popolazione, ma anche dalla parte del capitale, che appunto non appare più come un mero apparato ma agisce come un attore. Più precisamente tali aspettative si trovano presso i proprietari che che dipendono dal profitto ottenuto dal capitale e presso i suoi amministratori. (…) Una crisi di legittimazione, contrariamente a quanto sostenuto dalle teorie neomarxiste sulla crisi, si può sviluppare a causa di un malessere del “capitale” nei confronti della democrazia e rispetto ai doveri a esso imposti. E questo significa che si può sviluppare  senza una progressiva evoluzione delle rivendicazioni sociali tale da “trascendere il sistema” che molti avevano visto negli anni settanta.

Una teoria della legittimazione che si ponga dalla parte del capitale tratta le imprese e gli imprenditori come massimizzatori dell’utilità e del profitto, non come macchine del benessere o come zelanti funzionari della politica economica e congiunturale statale. Per tale teoria il “capitale” appare un attore collettivo ostinato, egoista, interessato, tatticista, solo parzialmente prevedibile, potenzialmente insoddisfatto e capacissimo di esprimere tutta la sua insoddisfazione. (…) In questo senso “coloro che dipendono dal profitto” si contrappongono a “coloro che dipendono dal salario” … E mentre chi percepisce uno stipendio residuale  cerca di far crescere il più possibile l’utile di un dato investimento di capitale, chi dipende da uno stipendio fisso aspira a limitare il più possibile l’impegno profuso per ottenerlo. (…)

Secondo una economia politica in cui il capitale appare come attore e non solo come parco macchine, il “funzionamento” dell’ “economia”, ovvero in primo luogo la crescita e la piena occupazione, è solo in apparenza un dato tecnico. In realtà quelle due variabili vengono condizionate dalla politica. (…) Entrambe, la crescita e la piena occupazione, dipendono dalla disponibilità all’investimento dei proprietari di capitale, che deriva a sua volta dalle loro aspirazioni alla rendita e dalle loro aspettative in termini di utili, oltre che dalla loro complessiva valutazione delle condizioni sociali in rapporto alla stabilità dell’economia capitalistica stessa. (…)

Nel capitalismo, le crisi economiche sono il risultato di una crisi di fiducia da parte del capitale. Non sono turbolenze tecniche, ma un tipo particolare di crisi di legittimazione. La crescita bassa e l’alto tasso di disoccupazione sono conseguenza di uno “sciopero degli investimenti” da parte di chi dispone di capitale, il cui impiego potrebbe senza dubbio risolvere la situazione. (…) Nel capitalismo, il capitale della società è rappresentato dalla proprietà privata, che i proprietari stessi possono utilizzare, di fatto a loro piacimento. (…) La risoluzione delle crisi attraverso la politica economica significa allora contrattare una specie di equilibrio tra le aspettative di rendita dei proprietari di capitale e le loro richieste nei confronti della società da un lato, e le aspettative salariali e occupazionali di chi percepisce uno stipendio fisso dall’altro: un equilibrio che il capitale deve percepire come sufficientemente equo per continuare a impegnarsi nella produzione di ricchezza. Se questo tentativo fallisce … allora può insorgere una crisi di legittimazione supplementare e derivata dalla prima, cioè una crisi di fiducia da parte dei salariati. (…)

(…) Dopo il 1945 il capitalismo si era ritrovato sulla difensiva in ogni parte del mondo. Doveva puntare a ottenere in tutti i paesi dello schieramento occidentale una proroga, un rinnovo della licenza sociale a fronte di una classe operaia rafforzatasi in seguito alla guerra e con la concorrenza tra sistemi. Ciò si ottenne soltanto attraverso notevoli concessioni previste e rese possibili dalla teoria keynesiana: a medio termine, tali garanzie si tradussero nella forma di una politica economica congiunturale da parte dello stato e della pianificazione intesa come garanzia di crescita , di piena occupazione, di compensazione sociale e di sempre più estesa garanzia riguardo all’instabilità dei mercati; a lungo termine , nella forma di un progressivo assestamento del capitalismo su tassi di interesse e margini di profitto sempre più esigui. Solo a tali condizioni, ossia mettendo il capitalismo al servizio di finalità sociali stabilite dalla politica, si riuscirono a creare le condizioni per la rinascita dell’economia dalle ceneri della guerra, nel contesto di una democrazia liberale stabile, immune alla tentazione di un ritorno al fascismo o di esperimenti staliniani, e fu possibile imporre politicamente la reintroduzione del diritto di proprietà e della autorità di gestione. (…)

La pace politico-economica del secondo dopoguerra iniziò a mostrare tutta la sua fragilità negli anni settanta. (…) Intanto i lavoratori, coscienti più che mai del loro valore, insistevano nel rivendicare quanto pattuito. (…) Da parte del capitale si profilava, sempre più temibile, una revolution of rising expectations. E quelle aspettative alla lunga non si sarebbero più potute soddisfare , se non al prezzo di guadagni sempre minori e di una riorganizzazione dell’economia privata in forma di infrastruttura quasi pubblica, regolamentata e pianificata dall’azione di una politica statale costantemente sottoposta alla pressione delle elezioni.

(…)

Ai datori di lavoro e ad alcuni governi del capitalismo democratico l’ondata mondiale di scioperi selvaggi del 1968 e del 1969 apparve come la conseguenza di una fase protrattasi troppo a lungo, una fase di crescita senza crisi e di certezza di piena occupazione che dava vita a una crescente intemperanza della massa di lavoratori, viziata dal benessere e dagli agi dello stato sociale. Per parte loro, i lavoratori ritenevano invece che l’aumento regolare dei salari e il continuo miglioramento della sicurezza sociale fossero semplicemente dovuti, come un vero e proprio diritto democratico di cittadinanza. Da questo momento in poi le aspettative del lavoro e quelle del capitale iniziarono a divaricarsi. (…) Per reazione, il capitale iniziò i preparativi per la sua uscita dal contratto sociale che aveva sottoscritto nel dopoguerra … Il capitale si sottrasse sempre più alla pianificazione e alla sudditanza alle finalità della politica democratica. Ed è proprio in questa prospettiva che il capitale si rese conto di disporre, diversamente dai lavoratori e dai sindacati, di una strategia alternativa in cui operare all’interno all’interno del sistema del capitalismo democratico … che consisteva … nel ritirare gradualmente la propria “fiducia, e con esso gli strumenti di investimento necessari per il funzionamento del sistema stesso.

Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, pp. 40-47
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