L’immigrazione e la sinistra: Tesi

da Riccardo Acchilli

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La domanda inquietante che la sinistra dovrebbe porsi, a questo punto, oltre il buonismo di facciata, è la seguente: come garantire una armoniosa e pacifica integrazione socio-lavorativa di gente che, pur di venire da noi, è stata disposta a investire tutti i suoi magri risparmi ed affrontare un viaggio pericolosissimo, nel momento in cui non si riesce a garantire loro prospettive occupazionali di lungo termine perlomeno uguali a quelle, peraltro magrissime, dei lavoratori italiani? Non c’è il rischio concreto che il sogno infranto si traduca in rabbia e rancore verso il Paese di accoglienza? Come abbiamo purtroppo sperimentato con tanti cittadini “francesi”, “belgi” o “inglesi” di origini maghrebine attivi nel terrorismo dell’Isis, non c’è il rischio che la mancata integrazione di lungo periodo ricacci i giovani immigrati di seconda generazione in una terra di mezzo fra la cultura di origine e quella del Paese di accoglienza, trasformandoli in sradicati ed emarginati perenni, disponibili per qualsiasi avventura criminale o terroristica?

Il tutto viene ulteriormente peggiorato, in prospettiva, dal fatto che siamo alla vigilia di una enorme rivoluzione tecnologica che, perlomeno nel medio periodo, tramite l’estensione dell’informatizzazione, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, sopprimerà milioni di posti di lavoro e creerà un assetto sociale neo feudale, con milioni di esclusi, dal lavoro e quindi dall’identità sociale (perché l’identità sociale, sotto specie capitalistica, dipende dal lavoro). In queste condizioni, non cercare di fermare l’immigrazione, ma anzi, addirittura facilitarla, è un suicidio, perché moltiplica il numero potenziale di esclusi.

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