Contro il denaro (1)

«… non esiste alcuna crisi nella produzione. La produttività aumenta continuamente in tutti i settori. (…) Le miserie del mondo non sono dovute, come durante il Medio Evo, a catastrofi naturali, ma ad una specie di incantesimo che separa gli uomini dai loro prodotti.

Quello che non funziona più è l’ “interfaccia” che si pone tra gli uomini e ciò che producono: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato “il mediatore universale” (Marx). La crisi ci mette di fronte al paradosso fondativo della società capitalistica: in quest’ultima, la produzione di beni e servizi non è un fine, ma soltanto un mezzo. Il solo fine è la moltiplicazione del denaro, è investire un euro per riscuoterne due. E quando questo meccanismo va in panne, è l’intera produzione “reale” che soffre e che può anche bloccarsi completamente. Allora … ci troviamo di fronte a ricchezze che si ritraggono proprio quando ci vogliamo mettere sopra le mani: perché non possiamo pagarle. questa rinuncia forzata è sempre stata la sorte del povero. Ma ora, situazione inedita, questa sorte potrebbe toccare all’intera società, o quasi. L’ultima parola del mercato è allora di farci morire di fame in mezzo ad alimenti stipati ovunque e che marciscono, ma che nessuno deve toccare.

(…)

… anche un crollo parziale del sistema finanziario ci metterà di fronte alle conseguenze del fatto che ci siamo consegnati, piedi e mani legati, al denaro, affidandogli il compito esclusivo di assicurare il funzionamento della società. (…) Senza il denaro che fa circolare le cose, noi siamo un corpo senza sangue.

Ma il denaro è “reale” solo quando è espressione di un lavoro veramente eseguito e del valore in cui questo lavoro si rappresenta. Il resto del denaro non è che una finzione che si basa sulla sola fiducia reciproca degli attori – una fiducia che può svanire, come si vede attualmente. Assistiamo a un fenomeno non previsto dalla scienza economica: non alla crisi di una moneta, e dell’economia che questa rappresenta, a vantaggio di un’altra, più forte. (…) Nessuna delle ricette economiche proposte funziona, da nessuna parte. Il libero mercato funziona tanto poco quanto lo Stato, l’austerità quanto il rilancio, il keynesismo quanto il monetarismo. Il problema va posto a un livello più profondo. Assistiamo a una svalutazione del denaro in quanto tale, a una perdita del suo ruolo, alla sua obsolescenza. (…) Il denaro è il nostro feticcio: un dio che noi stessi abbiamo creato, ma dal quale crediamo di dipendere e al quale siamo pronti a sacrificare tutto pur di placare le sue ire.

(…) … non basta “indignarsi” di fronte agli “eccessi” della finanza o all’ “avidità” dei banchieri. Anche se questa è ben reale, non è la causa, ma la conseguenza dell’esaurirsi della dinamica capitalista. La sostituzione del lavoro vivo – la sola fonte del valore, il quale, sotto forma di denaro, è l’unico fine della produzione capitalista – con tecnologie – che non creano valore – ha quasi finito per prosciugare la fonte della produzione di valore. Sviluppando le tecnologie, sotto la pressione della concorrenza, alla lunga il capitalismo ha segato il ramo su cui stava seduto. Questo processo, che fa parte della sua logica di base fin dall’inizio, ha oltrepassato una soglia critica negli ultimi decenni. La no-redditività dell’impiego di capitale ha potuto essere occultata solo con un ricorso sempre più massiccio al credito, che è un consumo anticipato dei guadagni sperati per il futuro. Ora, anche questo prolungamento artificiale della vita del capitale sembra aver esaurito tutte le sue risorse.

Si può dunque porre la necessità … di uscire dal sistema fondato sul valore e il lavoro astratto, sul denaro e la merce, sul capitale e il salario. Ma un simile salto nell’ignoto fa paura, anche a quelli che non smettono mai di fustigare i crimini dei “capitalisti”. (…) La verità è ben più tragica: se le banche sprofondano, se falliscono a catena, se cessano di distribuire denaro, noi tutti rischiamo di sprofondare con loro, perché da molto tempo ci è stata sottratta la possibilità di vivere altrimenti che spendendo del denaro.»

Anselm Jappe, Contro il denaro, pp. 8-12

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