Stato di emergenza

Do un po’ i numeri.

Nel mese di agosto, il totale degli attuali positivi è cresciuto di una media del 2% (tendenza lievemente in crescita dal 20 agosto). Dal 24 febbraio al 15 marzo, del 20% circa.

Nel mese di agosto, i ricoveri con sintomi da covid-19 sono cresciuti di una media del 1,7% circa (tendenza lievemente in crescita dal 16 agosto). Dal 24 febbraio al 15 marzo, del 25% circa.

Nel mese di agosto, i ricoverati in terapia intensiva sono cresciuti in media dell’1,7% circa (tendenza poco chiara, molto ballerna). Dal 24 febbraio al 15 marzo, del 18% circa.

Nel mese di agosto, il rapporto tra il numero dei ricoverati con sintomi da covid-19 e il numero dei risultati positivi si è mantenuto tra il 5% e il 6%. Dal 24 febbraio al 15 marzo, lo stesso rapporto è stato del 45% circa.

Nel mese di agosto, il rapporto tra il numero dei ricoverati in terapia intensiva e il numero dei risultati positivi si è mantenuto tra lo 0,3% e lo 0,4%. Dal 24 febbraio al 15 marzo, lo stesso rapporto è stato del 10% circa.

Questa è la situazione.

Potrebbe darsi che i tamponi, a febbraio e marzo, fossero eseguiti in numero minore che oggi. Il che cambierebbe le percentuali dei rapporti tra positivi e ricoverati e terapie intensive. Ma quanti sarebbero dovuti essere i positivi asintomatici per portare quel 45% a un numero solamente vicino a quel 5%, per esempio? E che fine farebbe l’indice di letalità (14,5%) di quel periodo? Rischieremmo di trovarci di fronte al fallimento di un sistema sanitario nazionale e non a una epidemia (un responsabile del fallimento c’è stato di sicuro: le politiche dei tagli alla sanità che hanno portato i posti letto per mille abitanti da quasi 6 del 1998 a 3,6 del 2017. Che impatto avrebbe avuto la stessa dinamica del virus su un sistema sanitario con 6 posti letto ogni mille abitanti?).

Potrebbe anche darsi che questi tamponi non siano poi così sicuri e affidabili nell’indicare positività o meno, come emerge da molte fonti e da molti casi strani. Ma in questo caso potrebbero anche essere non del tutto esatti i numeri assoluti (come di sicuro non sono), ma le proporzioni rimarrebbero identiche. A meno che non si supponga che i test abbiano cambiato di affidabilità da febbraio ad agosto.

Quindi accontentiamoci dei numeri che abbiamo e ragioniamo su quelli. (A proposito: provengono dalla Protezione Civile e le elaborazioni sono mie)

Facciamo ora un esperimento mentale. Immaginate che nessuno guardi la tv, i telegiornali, che tutti seguano il consiglio del buon vecchio Antonio Gramsci che invitava gli operai a non acquistare gli organi di propaganda del nemico di classe. Immaginate che rimangano solamente questi numeri e questi calcoli percentuali sulla dinamica del coronavirus oggi e quelli del suo ingresso trionfale nelle nostre vite quotidiane tra febbraio e marzo. Immaginate che ci si possa ragionare sopra senza la paura di incorrere nell’accusa di cospirazionista, irresponsabile, plagiato dai troll di Salvini che infestano la rete (se non troll tu stesso), untore, il solito bastian contrario, ecc..

Se l’esperimento riesce, che cosa rimane?

Rimane quello che non poteva non succedere, nel momento in cui le persone ricominciano a riunirsi in gruppo, stringersi la mano, baciarsi sulla guancia, ballare, sudare e ululare in discoteca e altre cose del genere: il virus ricomincia a diffondersi.

Ma i numeri nudi e crudi dicono anche alcune cose che per fortuna smentiscono le attese pessimistiche legate alla fine del blocco. Vediamole in un veloce elenco:

  • il contagio è ripartito sì, ma a un ritmo 10 volte inferiore di sei mesi fa;
  • i ricoveri sono ricominciati ad aumentare sì, ma a un ritmo che è quasi 15 volte inferiore rispetto a sei mesi fa;
  • le terapie intensive sono ricominciate ad aumentare sì, ma a un ritmo che è quasi 10 volte inferiore rispetto a sei mesi fa;
  • i ricoverati rispetto ai contagiati sono oggi circa 8 volte meno di quelli di sei mesi fa;
  • le terapie intensive rispetto al totale dei contagiati sono oggi circa 10 volte meno di quelle di sei mesi fa.

Continuate a stare concentrati sui numeri, a tenere fuori dalla vostra mente tutti gli schiamazzi, la gazzarra e i latrati che si sono sollevati da circa metà agosto, e vediamo di trarre una conclusione che a me appare incontrovertibile:

il coronavirus agostano è estremamente meno virulento di quello marzolino.

E probabilmente è naturale che sia così: tutte le influenze e similinfluenze da virus si comportano così. Perché questo virus, seppure un nuovo venuto che si aggiunge ai miliardi di virus, batteri e funghi che prosperano allegramente nel nostro corpo da milioni di anni, è pur sempre un virus, e come tale si comporta. Mettiamoci l’anima in pace e rassegnamoci all’idea di avere un nuovo ospite a bordo.

Ora, il problema sarebbe: come affrontare questa nuova situazione? Come affrontarla a breve termine? Come affrontarla a medio termine? Quale obiettivi porci: lo sterminio totale del virus? il contenimento per quanto è umanamento possibile dei danni? Zero contagiati? Zero morti? Ospedali vuoti? Come contemperare le esigenze sanitarie, quelle economiche, quelle sociali? Dove trovare un giusto compromesso tra emergenza e normalità?

Se escludiamo gli estremi – l’epidemia non è mai esistita, il coronavirus è come tutti gli altri virus (da una parte) e tutti fermi a casa distanziati e imbavagliati (dall’altra) – e la colpevolizzazione reciproca – “Tu sei l’untore irresponsabile!”, “No! Tu hai portato il virus a casa mia, e ora te lo riporti indietro!” – rimarrebbe la classica via di mezzo: né la corda troppo tesa né la corda troppo allentata. Non allentare la guardia, ma non eccedere con gli allarmi e con l’induzione del panico. Provvedimenti mirati alla tutela delle categorie più fragili (a cui chiedere, se necessario, un sacrificio per la collettività) e lasciare che il virus faccia il suo corso naturale là dove i suoi danni sono minori, dove l’età è minore. Non mettere i bastoni tra le ruote ai farmaci che si sono dimostrati efficaci nella cura della malattia. Sfruttare e condividere le pratiche che si sono dimostrate efficaci, le esperienze positive, gli errori da evitare. Spendere più soldi nei servizi sanitari sul territorio. Mettere i soldi là dove serve. Una gestione ragionevole e senza isterismi, insomma, fuori dalla logica dell’emergenza, adeguata a una situazione che era nuova sei mesi fa, ma che nuova non è più.

Purtroppo però il virus sarà pure diventato meno letale, ma ormai si è dimostrato un’arma troppo preziosa in mano all’attuale governo per gestire una situazione politica, economica e sociale che si fa sempre più esplosiva, e in definitiva per guadagnare tempo al fine di trovare una soluzione al problema di evitare che l’Italia finisca nelle mani di un governo anche minimamente meno zerbino dell’attuale.

Così, è più probabile che continueremo ad assistere a confusione e sfacciata incoerenza da parte di leader politici che ai primi segnali di gennaio-febbraio negano il pericolo, si prendono platealmente un aperitivo (e il virus) nelle vie del centro di Milano, si ammalano e diventano paladini del chiudere tutto dappertutto, anche lì dove il covid-19 non si era quasi neanche visto. Poi quando si trattava di riprendere un po’ di normalità, irrideva insieme a tutto il governo alla richiesta del presidente della giunta regionale sarda di effettuare i tamponi ai turisti in ingresso nell’isola, per poi scaricare le colpe sul governo regionale sardo di una prevedibilissima ricomparsa del virus in agosto proprio in Sardegna, là dove gli italiani si sono inevitabilmente mischiati in una situazione di aumentata promisquità, e chiedere proprio quei tamponi ai turisti di rientro nel Lazio dall’isola, tamponi che il governo aveva negato in ingresso a inizio stagione. A pensar male si potrebbe pensare a un piano per rinfocolare un senso di paura tra gli Italiani, sentimento che si stava troppo attenuando, un piano che Christian Solinas con la sua richiesta rischiava di far saltare.

E così ora il governo e tutti i giornaloni hanno la loro bella emergenza che gli consentirà di continuare a non prendere nessuna decisione vera atta a gestire razionalmente questa situazione e a prendere tempo. Certo, all’inizio di questo articolo abbiamo visto che si tratta di una emergenza un po’ moscia, ma pompata a dovere fa ancora la sua porca figura.

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3 risposte a Stato di emergenza

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