Emergenza Morbillo? Non ce n’è.

Emergenza Morbillo? Non ce n’è.

Sandro Arcais

 

Un decreto-legge è giustificato solo in presenza di un’emergenza. Ma dov’è l’emergenza? Fatte le vostre considerazioni in proposito sulla base di numeri, grafici e tabelle.

L’andamento dei casi di morbillo dal 1970 al 2016. Come si vedrà, i casi di morbillo, in alcuni anni passati, sono stati molto maggiori, anche in presenza di maggiore copertura vaccinale.

 

I casi di morbillo e la percentuale dei vaccinati dal 2004 al 2017 (tratto da Le vaccinazioni e il resto de Il Pedante, un Pedante molto dolente che vi consiglio vivamente di leggere). Come si vedrà, non c’è correlazione tra andamento delle vaccinazioni e andamento dei casi di morbillo.

 

Queste sono le percentuali di vaccinazione in Italia per regione, nel 2015:

 

E questi sono i casi di morbillo in Italia, nel 2017, per regione:

 

Come si può constatare ancora una volta non c’è correlazione. Si veda questo grafico elaborato da Il Pedante:

 

Del resto una perfetta correlazione non sembra esistere tra percentuali di vaccinazioni e casi di morbillo neanche a livello europeo. Si veda la seguente tabella che mette a confronto i casi di quattro paesi europei:

 

Anche l’andamento dei casi di morbillo nei primi mesi del 2017 smentisce l’emergenza: un picco a marzo e un tonfo a maggio. «Al 23 maggio si contavano 2.581 casi dall’inizio dell’anno (lo 0,004% della popolazione nazionale).» (sempre lui, Il Pedante)

 

E per concludere un’ultima considerazione: non è stata l’introduzione del vaccino che ha fatto crollare i casi di morte per morbillo. Il morbillo era stato già messo sotto controllo già prima dell’introduzione del vaccino. Se uniamo tutti i puntini, la conclusione pare essere che l’incidenza del morbillo non dipenda in prima istanza dalla percentuale di vaccinazioni, bensì da altri fattori. Quali? Non è dato saperlo (e neanche indagarlo, a quanto pare).

 

Ora il ministro annuncia che martedì il decreto arriverà sul tavolo del Presidente Mattarella per la firma.

 

Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.
Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. (Art. 77 della Costituzione)

Ma tanto, si sa, per questo governo la Costituzione è carta straccia.

 

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Manlio Dinucci. Breve storia della Nato (2)

Campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato

BREVE STORIA DELLA NATO DAL 1991 AD OGGI (PARTE 2)

Manlio Dinucci

L’INTERVENTO NATO NELLA CRISI BALCANICA
Il «nuovo concetto strategico» della Nato viene messo in pratica nei Balcani, dove la crisi della Federazione Jugoslava, dovuta ai contrasti tra i gruppi di potere e alle spinte centrifughe delle repubbliche, ha raggiunto il punto di rottura.

Nel novembre 1990, il Congresso degli Stati Uniti approva il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni «democratiche» della Jugoslavia, incoraggiando così le tendenze secessioniste. In dicembre, il parlamento della Repubblica croata, controllato dal partito di Franjo Tudjman, emana una nuova costituzione in base alla quale la Croazia è «patria dei croati» (non più dei croati e dei serbi, popoli costituenti della repubblica) ed è sovrana sul suo territorio. Sei mesi dopo, nel giugno 1991, oltre alla Croazia, anche la Slovenia proclama la propria indipendenza. Subito dopo, scoppiano scontri tra l’esercito federale e gli indipendentisti. In ottobre, in Croazia, il governo Tudjman espelle oltre 25mila serbi dalla Slavonia, mentre sue milizie occupano Vukovar. L’esercito federale risponde, bombardando e occupando la città. La guerra civile comincia a estendersi, ma potrebbe ancora essere fermata.

La via che viene imboccata è invece diametralmente opposta: la Germania, impegnata a estendere la sua influenza economica e politica nella regione balcanica, nel dicembre 1991 riconosce unilateralmente Croazia e Slovenia quali stati indipendenti. Come conseguenza, il giorno dopo i serbi di Croazia proclamano a loro volta l’autodeterminazione, costituendo la Repubblica serba della Krajna. Nel gennaio 1992 l’Europa dei dodici riconosce, oltre alla Croazia, anche la Slovenia. A questo punto si incendia anche la Bosnia-Erzegovina che, in piccolo, rappresenta l’intera gamma dei nodi etnici e religiosi della Federazione Jugoslava.
I caschi blu dell’Onu, inviati in Bosnia come forza di interposizione tra le fazioni in lotta, vengono volutamente lasciati in numero insufficiente, senza mezzi adeguati e senza precise direttive, finendo col divenire ostaggi nel mezzo dei combattimenti. Tutto concorre a dimostrare il «fallimento dell’Onu» e la necessità che sia la Nato a prendere in mano la situazione. Nel luglio 1992 la Nato lancia la prima operazione di «risposta alla crisi», per imporre l’embargo alla Jugoslavia.

Nel febbraio 1994, aerei Nato abbattono aerei serbo-bosniaci che violano lo spazio aereo interdetto sulla Bosnia. È la prima azione di guerra dalla fondazione dell’Alleanza. Con essa la Nato viola l’art. 5 della sua stessa carta costitutiva, poiché l’azione bellica non è motivata dall’attacco a un membro dell’Alleanza ed è effettuata fuori dalla sua area geografica.

 

LA GUERRA CONTRO LA JUGOSLAVIA

Spento l’incendio in Bosnia (dove il fuoco resta sotto la cenere della divisione in stati etnici), i pompieri della Nato corrono a gettare benzina sul focolaio del Kosovo, dove è in corso da anni una rivendicazione di indipendenza da parte della maggioranza albanese. Attraverso canali sotterranei in gran parte gestiti dalla Cia, un fiume di armi e finanziamenti, tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999, va ad alimentare l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), braccio armato del movimento separatista kosovaro-albanese. Agenti della Cia dichiareranno successivamente di essere entrati in Kosovo nel 1998 e 1999, in veste di osservatori dell’Osce incaricati di verificare il «cessate il fuoco», fornendo all’Uck manuali statunitensi di addestramento militare e telefoni satellitari, così che i comandanti della guerriglia potessero stare in contatto con la Nato e Washington. L’Uck può così scatenare un’offensiva contro le truppe federali e i civili serbi, con centinaia di attentati e rapimenti.
Mentre gli scontri tra le forze jugoslave e quelle dell’Uck provocano vittime da ambo le parti, una potente campagna politico-mediatica prepara l’opinione pubblica internazionale all’intervento della Nato, presentato come l’unico modo per fermare la «pulizia etnica» serba in Kosovo. Bersaglio prioritario è il presidente della Jugoslavia, Slobodan Milosevic, accusato di «crimini contro l’umanità» per le operazioni di «pulizia etnica».
La guerra, denominata «Operazione forza alleata», inizia il 24 marzo 1999. Mentre gli aerei di Stati Uniti e altri paesi della Nato sganciano le prime bombe sulla Serbia e il Kosovo, il presidente democratico Clinton annuncia: «Alla fine del XX secolo, dopo due guerre mondiali e una guerra fredda, noi e i nostri alleati abbiamo la possibilità di lasciare ai nostri figli un’Europa libera, pacifica e stabile». Determinante, nella guerra, è il ruolo dell’Italia: il governo D’Alema mette il territorio italiano, in particolare gli aeroporti, a completa disposizione delle forze armate degli Stati Uniti e altri paesi, per attuare quello che il presidente del consiglio definisce «il diritto d’ingerenza umanitaria».
Per 78 giorni, decollando soprattutto dalle basi italiane, 1100 aerei effettuano 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili. Il 75 per cento degli aerei e il 90 per cento delle bombe e dei missili vengono forniti dagli Stati Uniti. Statunitense è anche la rete di comunicazione, comando, controllo e intelligence attraverso cui vengono condotte le operazioni: «Dei 2000 obiettivi colpiti in Serbia dagli aerei della Nato – documenta successivamente il Pentagono – 1999 sono stati scelti dall’intelligence statunitense e solo uno dagli europei».

Sistematicamente i bombardamenti smantellano le strutture e infrastrutture della Serbia, provocando vittime soprattutto tra i civili. I danni che ne derivano per la salute e l’ambiente sono inquantificabili. Solo dalla raffineria di Pancevo fuoriescono, a causa dei bombardamenti, migliaia di tonnellate di sostanze chimiche altamente tossiche (compresi diossina e mercurio). Altri danni vengono provocati dal massiccio impiego da parte della Nato, in Serbia e Kosovo, di proiettili a uranio impoverito, già usati nella guerra del Golfo.
Ai bombardamenti partecipano anche 54 aerei italiani, che compiono 1378 sortite, attaccando gli obiettivi indicati dal comando statunitense. «Per numero di aerei siamo stati secondi solo agli Usa. L’Italia è un grande paese e non ci si deve stupire dell’impegno dimostrato in questa guerra», dichiara il presidente del consiglio D’Alema durante la visita compiuta il 10 giugno 1999 alla base di Amendola, sottolineando che, per i piloti che vi hanno partecipato, è stata «una grande esperienza umana e professionale».

Il 10 giugno 1999, le truppe della Federazione iugoslava cominciano a ritirarsi dal Kosovo e la Nato mette fine ai bombardamenti. La risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu dispone che la presenza internazionale deve avere una «sostanziale partecipazione della Nato» ed essere dispiegata «sotto controllo e comando unificati». A chi spetti il comando lo chiarisce il presidente Clinton, sottolineando che l’accordo sul Kosovo prevede «lo spiegamento di una forza internazionale di sicurezza con la Nato come nucleo, il che significa una catena di comando unificata della Nato». «Oggi la Nato affronta la sua nuova missione: quella di governare», commenta The Washington Post.
Finita la guerra, vengono inviati in Kosovo dagli Stati Uniti oltre 60 agenti dell’Fbi, ma non vengono trovate tracce di eccidi tali da giustificare l’accusa, fatta ai serbi, di «pulizia etnica». Slobodan Milosevic, condannato a 40 anni di reclusione dalla Corte Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, muore dopo cinque anni di carcere. La stessa corte lo scagiona, nel 2016, dall’accusa di «pulizia etnica».

Il Kosovo, dove gli Usa installano una grande base militare (Camp Bondsteel), diviene una sorta di protettorato della Nato. Contemporaneamente, sotto la copertura della «Forza di pace», l’ex Uck al potere terrorizza ed espelle oltre 250 mila serbi, rom, ebrei e albanesi «collaborazionisti». Nel 2008, con l’autoproclamazione del Kosovo quale Stato indipendente, viene ultimata la demolizione della Federazione Jugoslava.

(2 – CONTINUA)

Campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato

 

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Governare con le crisi

La vicenda del decreto-legge sui vaccini varato il 19 maggio è emblematica del modo neoliberista antidemocratico di governare con le crisi. Le decisioni vengono prese e le grandi strategie vengono elaborate in sedi diverse dai parlamenti: in consessi internazionali, in istituzioni tecnico-burocratiche non elette (come la Commissione europea), in ristrette riunioni di leader politico-economico-finanziari, ecc. Poi spetta al singolo governo trovare il modo di attuare la decisione e tradurre la strategia in azioni concrete.

È in questo passaggio che la crisi gioca il suo ruolo essenziale. I casi sono due: o si attende la crisi o la si costruisce. A volte i due casi si presentano uniti.

Il decreto-legge del 19/05 è l’attuazione di una decisione-strategia decisa nel settembre 2014 a Washington, che sfrutta una pseudo-emergenza, quella dell’aumento dei casi di morbillo nei primi tre mesi del 2017.

Il 26 settembre del 2014

il ministro della Salute Beatrice Lorenzin è  intervenuta alla Casa Bianca invitata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama al summit mondiale su “Global Health Security Agenda” dove si discute di sicurezza e delle emergenze in tema di salute. In particolare si affrontano le problematiche degli agenti infettivi, sia microbici che virali, della loro sorveglianza e di come combatterli, incluso il problema della resistenza anti microbica, considerata un problema prioritario dall’Organizzazione mondiale della sanità. (vedi qui)

In questo contesto

È stata formalizzata la leadership dell’Italia nel campo delle immunizzazioni, …; in una parola spetterà al nostro Paese predisporre i piani strategici di implementazione, comunicazione e monitoraggio sulle vaccinazioni nelle varie parti del mondo, in particolare per la prevenzione di quelle malattie infettive che possono causare anche estese epidemie. Importantissimo viene considerato l’aspetto educativo e di comunicazione nei confronti delle persone a favore delle vaccinazioni, a cominciare dal morbillo, attraverso campagne di informazione per le  immunizzazioni. (vedi qui)

Insomma, il ministro Lorenzin, davanti al presidente Obama e ai ministri della salute di altri 44 paesi (ma soprattutto davanti al presidente Obama) impegna l’Italia a livello internazionale a estendere la copertura vaccinale nel mondo, e prima di tutto in Italia, soprattutto contro il morbillo.

Interessante anche la giustificazione che il ministro dà all’iniziativa in un comunicato dell’AIFA a seguito del summit di Washington:

Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori. È necessario rafforzare i controlli nei confronti di malattie endemiche riemergenti come polio, tubercolosi, meningite o morbillo. Se vogliamo evitare il collasso dei sistemi sanitari del Vecchio Continente dobbiamo rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa.

Insomma: Washington e i suoi pards destabilizzano l’Africa centrale e settentrionale, mettono in movimento flussi di umanità disperata principalmente verso l’Italia, poi chiama il ministro della salute italiano e gli dice che per sicurezza deve vaccinare tutti i neonati con ben 12 vaccini, così, per togliersi il pensiero. Chi pensa che questa sia prevenzione, alzi la mano.

Avviso per tutti i fondamentalisti della vaccinazione: questo post non riguarda la necessità o meno della obbligatorietà della vaccinazione. Dico questo, nonostante il fatto che, se un esperto di nanoparticelle tutto sommato ragionevole ed equilibrato mi dicesse che i vaccini che ha esaminato col microscopio presentano particelle di materiale estraneo, io mi volterei verso il ministro e non mi accontenterei di una accusa di complottismo; oppure se un virologo premio nobel mi dicesse che ci potrebbe essere una relazione tra vaccinazione e autismo, io mi volterei nuovamente verso il ministro e non mi accontenterei di un’alzata di spalle, e la cosa non mi lascerebbe tranquillo; come non mi lascerebbe tranquillo il sospetto che il mio ministro mandi lettere al parlamento europeo per chiedere e ottenere l’annullamento di una conferenza contraria alla sua politica “vaccini per tutti obbligatoriamente altrimenti mi prendo vostro figlio”. Detto questo, torno ad avvisare che questo non è un post sulla necessità della vaccinazione. Ma torniamo al tema.

Quindi, il ministro ha impegnato il paese davanti al presidente dell’impero. Ma in Italia cresce un movimento contro l’obbligatorietà del vaccino. È un bel problema, per il ministro e per il governo di cui fa parte. Anche perché nel 2015 e nel 2016 il bacillo del morbillo non collabora e se ne sta tranquillo. Fino ai primi tre mesi del 2017 in cui dimostra un improvviso dinamismo.

 

Ecco la crisi che aspettava il ministro. Parte la grancassa e tutti i media gridano preoccupati all’allarme morbillo. Non mi dilungo sull’operazione, perché l’ho già analizzata in un altro post. Ma ha tutta l’aria di una operazione stile “FATE PRESTO“, concordata e coordinata tra diversi attori, istituzionali e mediatici, dove non manca neanche la voce del padrone che richiama, attraverso la fedele presstituta di casa nostra, in modo velato il suo servo agli impegni presi in sua presenza.

È in questo preciso punto che scatta l’operazione decreto-legge. E il governo e il suo ministro ci vanno giù pesante. Quest’ultima arriva a minacciare di togliere ai genitori ostinati la patria potestà. La posta in gioca è alta. La lotta si fa dura. Il popolo va domato. Questi italiani indisciplinati hanno bisogno di una lezione, di mano pesante e ferma. Devono sottomettersi a una decisione che è stata presa per il loro bene da esperti che ne sanno. Che lo vogliano o no. Le discussioni sono finite. Punto.

Ma il bacillo non sembra voler collaborare. I casi di morbillo che già ad aprile avevano cominciato a diminuire, nelle prime due settimane di maggio crollano. L’allarme sembra non esserci più. E non essendoci allarme non c’è più giustificazione dell’urgenza di un decreto-legge. Tanto è vero che il decreto non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, segno che il Presidente Mattarella non l’ha ancora formato. Probabilmente sta aspettando che i casi di morbillo aumentino nuovamente. Vedrete: la grancassa si rimetterà immediatamente in moto.

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Morbillo, Epidemia, Media, Complotti

Poi uno si meraviglia che gli diventi complottista!

Ora guarda tu come è stata coperta l’evoluzione dei casi di morbillo in Italia nei primi mesi del 2017 dai nostri più grandi e blasonati giornaloni:

 

La Stampa

 

 

 

 

 

Il Corriere della Sera

 

 

La Repubblica

 

 

Come si vede tutti titoli allarmistici, formulati alla stessa maniera, talvolta praticamente identici, tutti concentrati sulla evoluzione dei casi di morbillo nei primi mesi del 2017.

Ma se i giornalisti dei nostri tre giornaloni avessero allargato lo sguardo e dato una prospettiva storica alle loro notizie, avrebbero scoperto questo:

 

Avrebbero cioè scoperto che nel 2002, nel 2003, nel 2008 e nel 2011 i casi di morbillo sono stati anche molto più numerosi di quelli attuali, e che quindi tutti quei titoli sensazionalistici e un po’ isterici non erano forse del tutto opportuni.

Altra caratteristica di molti titoli è l’abbondanza di cifre e percentuali, a dare sostanza e “scientificità” alle affermazioni.

Poi a maggio succede che cifre generali e complessive i giornaloni nostrani non ne danno più. Le notizie vengono relegate sulle edizioni locali e si soffermano piuttosto su casi particolari:

 

Perché? Ecco perché:

 

perché a maggio il fenomeno comincia a sgonfiarsi, l’untore si è preso una pausa, l’epidemia ha questo strano comportamento: diminuisce di intensità. E come fare allarmismo con un bacillo morbillifero così fiacco? I nostri giornaloni danno per caso la notizia di questa inversione di tendenza? Ma quando mai …

Sia quel che sia, la popolazione italiana è stata ben bene allarmata. Ed è stata ben bene umiliata e trattata col solito neanche tanto velato razzismo e disprezzo altezzoso dei nostri giornaloni.

Siamo sempre i soliti Italiani isterici e pasticcioni e quindi guardati con sospetto e sufficienza dal mondo civile euroatlantico

 

 

 

 

Ma, ci rassicurano i nostri giornaloni, c’è chi è peggio di noi: i Rumeni.

 

 

 

 

Resta un’ultima considerazione: se allarme nei fatti non ce n’è, perché tutto questo baccano dei giornali? Perché questa intenzione scoperta di allarmare gli Italiani?

Io non sono un complottista, e quindi ipotesi senza prove non ne faccio. Comunque rilevo lo stesso tempismo (la grancassa è cominciata e terminata contemporaneamente nei tre giornaloni), le stesse mezze verità e omissioni, gli stessi “tagli” e la stessa coerenza di stile e strategia comunicative. E questo mi basta per stare all’erta e guardarmi le spalle.

P.S. A tutt’oggi il decreto-legge non è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

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Manlio Dinucci. Breve storia della Nato (1)

Campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato

BREVE STORIA DELLA NATO DAL 1991 AD OGGI (PARTE 1)

Manlio Dinucci

La Nato, fondata il 4 aprile 1949, comprende durante la guerra fredda sedici paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica federale tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Attraverso questa alleanza, gli Stati Uniti mantengono il loro dominio sugli alleati europei, usando l’Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia. Questo, fondato il 14 maggio 1955 (sei anni dopo la Nato), comprende Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Ungheria, Albania (dal 1955 al 1968).

 

DALLA GUERRA FREDDA AL DOPO GUERRA FREDDA

Nel 1989 avviene il «crollo del Muro di Berlino»: è l’inizio della riunificazione tedesca che si realizza quando, nel 1990, la Repubblica Democratica si dissolve aderendo alla Repubblica Federale di Germania. Nel 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i paesi dell’Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell’Urss. Nello stesso anno, si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.

La scomparsa dell’Urss e del suo blocco di alleanze crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. Contemporaneamente, la disgregazione dell’Urss e la profonda crisi politica ed economica che investe la Russia segnano la fine della superpotenza in grado di rivaleggiare con quella statunitense.
La guerra del Golfo del 1991 è la prima guerra che, nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, Washington non motiva con la necessità di arginare la minacciosa avanzata del comunismo, giustificazione alla base di tutti i precedenti interventi militari statunitensi nel «terzo mondo», dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dall’invasione di Grenada all’operazione contro il Nicaragua. Con questa guerra gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo, dove si concentra gran parte delle riserve petrolifere mondiali.

Allo stesso tempo Washington lancia ad avversari, ex avversari e alleati un inequivocabile messaggio. Esso è contenuto nella National Security Strategy of the United States (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti), il documento con cui la Casa Bianca enuncia, nell’agosto 1991, la nuova strategia.

«Nonostante l’emergere di nuovi centri di potere – sottolinea il documento a firma del presidente – gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Negli anni Novanta, così come per gran parte di questo secolo, non esiste alcun sostituto alla leadership americana».

Sei mesi dopo la direttiva presidenziale, un documento proveniente dal Pentagono — Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999 (Guida alla pianificazione della Difesa per gli anni fiscali 1994-1999), filtrato attraverso il New York Times nel marzo 1992 — chiarisce ciò che nella direttiva presidenziale doveva restare necessariamente implicito: il fatto che, per esercitare la loro leadership globale, gli Stati Uniti devono impedire che altre potenze, compresi i vecchi e i nuovi alleati, possano divenire competitive: «Il nostro primo obiettivo è impedire il riemergere di un nuovo rivale, o sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che ponga una minaccia nell’ordine di quella posta precedentemente dall’Unione Sovietica. Dobbiamo impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale. Queste regioni comprendono l’Europa occidentale, l’Asia orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica, e l’Asia sud-occidentale.

In tale quadro, sottolinea il documento, «è di fondamentale importanza preservare la Nato quale principale strumento della difesa e della sicurezza occidentali, così pure quale canale dell’influenza e della partecipazione statunitensi negli affari della sicurezza europea. Mentre gli Stati Uniti sostengono l’obiettivo dell’integrazione europea, essi devono cercare di impedire la creazione di dispositivi di sicurezza unicamente europei, che minerebbero la Nato, in particolare la struttura di comando dell’Alleanza», ossia il comando Usa.

 

IL NUOVO CONCETTO STRATEGICO DELLA NATO

Mentre riorientano la propria strategia, gli Stati Uniti premono sulla Nato perché faccia altrettanto. Per loro è della massima urgenza ridefinire non solo la strategia, ma il ruolo stesso dell’Alleanza atlantica. Con la fine della guerra fredda e il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, viene infatti meno la motivazione della «minaccia sovietica» che ha tenuto finora coesa la Nato sotto l’indiscussa leadership statunitense: vi è quindi il pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti o addirittura ritengano inutile la Nato nella nuova situazione geopolitica creatasi nella regione europea.

Il 7 novembre 1991 (dopo la prima guerra del Golfo, a cui la Nato ha partecipato non ufficialmente in quanto tale, ma con sue forze e strutture), i capi di stato e di governo dei sedici paesi della Nato, riuniti a Roma nel Consiglio atlantico, varano «Il nuovo concetto strategico dell’Alleanza». «Contrariamente alla predominante minaccia del passato – afferma il documento – i rischi che permangono per la sicurezza dell’Alleanza sono di natura multiforme e multidirezionali, cosa che li rende difficili da prevedere e valutare. Le tensioni potrebbero portare a crisi dannose per la stabilità europea e perfino a conflitti armati, che potrebbero coinvolgere potenze esterne o espandersi sin dentro i paesi della Nato». Di fronte a questi e altri rischi, «la dimensione militare della nostra Alleanza resta un fattore essenziale, ma il fatto nuovo è che sarà più che mai al servizio di un concetto ampio di sicurezza». Definendo il concetto di sicurezza come qualcosa che non è circoscritto all’area nord-atlantica, si comincia a delineare la «Grande Nato».

(1 – CONTINUA)

Campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato

 

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L’inevitabile traversata del deserto.

Il segreto della democrazia moderna è nell’unità conseguita dalle classi subalterne in un secolo e mezzo di storia. Ceti sociali dispersi e debolissimi nel XIX secolo, attraverso il conflitto sono riusciti ad affermare la propria dignità, tanto che il primo aspetto della lotta di classe consiste in una lotta per il riconoscimento della comune umanità. Ma i deboli possono difendersi dai forti e sconfiggerli solo se uniscono le proprie debolezze. La crisi della democrazia moderna, che è la crisi di un riequilibrio sociale avvenuto appunto nell’interesse dei più deboli (i più forti non hanno bisogno della democrazia), è di conseguenza proprio la frantumazione di quella unità. Una frantumazione che è avvenuta nel corso di due o tre decenni.

La prima cosa da fare perciò è capire dove siamo, capire che usciamo da una sconfitta storica e che alla fine degli anni Ottanta è iniziata una fase di resistenza e di ritirata strategica che durerà per decenni. Non c’è nessuna ragione di credere che il compito che abbiamo davanti – che è un compito obbligato e che consiste nel riunire ciò che è stato diviso, nel perseguire una nuova unità che, sola, può consentirci di difenderci – possa richiedere meno tempo di quanto non ne abbia già richiesto nell’epoca della costruzione del movimento operaio. In questo senso, dobbiamo ripercorrere oggi, in condizioni diverse, quanto è stato fatto dai nostri progenitori politici. E per far ciò dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un compito di lunga durata, il cui contenuto è la ricucitura del mondo del lavoro e di un’alleanza di ceti sociali attorno ad esso.

È un compito che richiederà 20 o 30 anni, sempre che partiamo subito, e che comporterà un massiccio lavoro culturale, sindacale e politico che sarà per un lungo tratto oscuro e misconosciuto. (…)

Per il resto, si tratta di fare il mestiere della sinistra riscoprire la centralità del lavoro e riscoprire il fatto che le classi sociali esistono, che esse sono in conflitto perché alcune sono più forti e altre più deboli -altro che “popolo” indifferenziato nel quale tutte le vacche sono nere… – e sono la dimensione fondamentale dei processi in atto. Tutto il resto è importante, certamente, e anche le elezioni lo sono; ma nulla ha senso se non a partire da ciò, da questo preliminare lavoro di radicamento.

(…)

Ma non sarà possibile ricostruire un programma politico che aiuti la ricomposizione del mondo del lavoro se non ricostruiremo anche le forme della nostra organizzazione, se non ricostruiremo nel XXI secolo quel tessuto politico, sindacale, associativo e cooperativo che ha segnato la fortuna e la crescita del socialismo dal XIX.

Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzarà. Leggi tutta l’intervista

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La terza guerra mediatica

Vedi, Fabrizio, funziona così:

1) tu (segretario di stato USA per gli affari del Medio Oriente) butti lì la notizia di forni crematori in Siria

 

2) un ministro israeliano (e capisci bene perché debba essere israeliano) riprende la notizia, la lega all’esperienza dell’Olocausto e riferendosi ad Assad afferma che è venuto il tempo di assassinarlo

 

3) la notizia dei forni crematori in Siria è rilanciata con orrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrooooooooooooooooooooooooooooooooore dai media di tutto il mondo, e chiaramente anche in Italia (vedi anche il pdf della pagina dei risultati di Google Usa contro Assad_ _In Siria).

 

4) dopo un paio di giorni, sempre tu (segretario di stato USA per gli affari del Medio Oriente) smentisci la notizia,

 

5) ma sostanzialmente la smentita non se la fila quasi nessuno (vedi la relativa pagina Goggle dei risultati della ricerca siria forni crematori rettifica usa – Cerca con Google)

 

Un errore, dunque? Un passo falso degli Statu Uniti?

Noooooooooooooo.

Solamente un altro passo verso l’obiettivo degli USA: imprimere nella mente dell’opinione pubblica occidentale l’accostamento Assad = Hitler e prepararla all’invasione della Siria (e alla terza guerra mondiale nucleare che sono convinti di vincere senza danni o con danni minimi)

 

Allora, Fabrizio, pillola rossa o pillola blu?

 

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